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Anche i Leoni d’Oro sono ostaggio di Hamas

Il red carpet posto come sempre all’ingresso del Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, quest’anno è di un rosso se possibile ancor più convinto
di Daniele Priorigiovedì 3 settembre 2026
Anche i Leoni d’Oro sono ostaggio di Hamas

4' di lettura

Il red carpet posto come sempre all’ingresso del Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, quest’anno è di un rosso se possibile ancor più convinto. A ravvivarne le tinte non è un vecchio bolscevico ma l’attore americano con dichiaratissime simpatie dem, George Clooney che nel giorno d’apertura della 83esima Mostra del Cinema ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera. Prima della cerimonia l’artista è tornato, però, con la mente dalle parti di casa sua, oltreoceano, per fare le pulci al capo della Casa Bianca, Donald Trump. «Non è facile vivere in un Paese che è guidato dalle persone meno capaci di farlo», ha detto il divo a stelle e strisce, arrivando a sfogliare il calendario elettorale, con un auspicio da campagna elettorale democratica: «A novembre ci sono le elezioni di midterm che saranno sicuramente un momento per tirare le somme e se va tutto bene torneremo ad una situazione di maggiore normalità».

MESSAGGIO ELETTORALE
Insomma, il Leone d’Oro è appena arrivato e il suo proprietario già sembra pronto a fare da ambasciatore della “normalità” contro l’America trumpiana. Nessuna candidatura, per carità. Ma il messaggio agli elettori americani è abbastanza chiaro: resistete fino alle midterm e poi votate. Per chiarire ulteriormente il suo già chiarissimo pensiero sul governo Usa, Clooney ha usato un neologismo greco, parlando di kakistocrazia, ovvero il governo dei peggiori tra i quali Clooney colloca, appellandolo con nome e cognome il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, “colpevole” di aver «twittato una foto sulle donne delle forze armate canadesi ridendoci su». Una cosa davvero assurda secondo Clooney che non ha esitato a chiedersi dove sia finito «il senso della decenza», rassicurando però tutti - neanche parlasse del Covid - che «supereremo anche questa e ne usciremo migliori».

Clooney si è quindi soffermato anche sui temi d’attualità dei film in concorso a Venezia, denunciando i rischi della concentrazione del potere mediatico nelle mani di pochi. «I più ricchi del mondo attualmente sono proprietari del Washington Post, di Twitter e della maggior parte delle fonti delle nostre informazioni». Qualcosa che l’attore ha definito «preoccupante». Ma almeno sul giornalismo ha concesso una speranza: «C’è ancora spazio per un buon giornalismo». Passando poi all’intelligenza artificiale che per la star può rendere ancora più complicato distinguere il vero dal falso, Clooney ha detto. «Ho visto video in cui io, ma non ero io, dicevo cose che non ho mai detto. Sarà sempre più difficile capire la verità, soprattutto per voi giornalisti.
Direte: questo è vero, ma in realtà sarete stati ingannati».

VENTAGLIO MILITANTE
Sul palco ad accogliere George un altro volto del cinema militante, l’attrice e regista italiana Greta Scarano, conduttrice della serata inaugurale che al consueto bagno inaugurale aveva già dato il meglio (o il peggio) di sé. Scarano, infatti, si era presentata con un ventaglio a forma di anguria, ormai uno dei simboli della solidarietà alla causa palestinese, riuscendo nell’impresa (nemmeno così originale da queste parti) di trasformare il photocall in un piccolo presidio militante. Greta, del resto, è tra i firmatari del nuovo appello Venice4Palestine e ha deciso, perciò, di non lasciare la firma solo sulla carta. «Non obbligo nessuno a prendere posizione, forzare qualcuno penso sia controproducente, ma penso sia doveroso informarsi su una cosa così indecente come quella che sta accadendo in Palestina», ha arringato la Scarano, alzando poi ulteriormente il tiro: «Non parlo solo del genocidio, ma anche dell’occupazione e la violenza dei coloni che è sempre peggio». La star italiana, quindi, tornando all’appello Venice4Palestine ha detto che «banalmente» non poteva non firmarlo.


Tirando, di fatto, per la giacchetta il più giovane co-conduttore, Nicolas Maupas (che nello show è sembrato un po’ il valletto della pasionaria Greta) e in realtà non risulta tra i firmatari di Venice4Palestine.
Maupas sulla questione ha risposto con fermezza. «No, non l’ho ancora firmato perché sto valutando alcuni punti di tipo sociale ed economico che voglio capire. Questo perché credo che una firma sia una cosa importante e la voglio apporre capendo quello che sto facendo». Una posizione attendista che, nel clima barricadero del Lido, sembra quasi una forma di dissenso. Il direttore Alberto Barbera, del resto, lo aveva anticipato. Questa, aveva detto, è «probabilmente la Mostra più politica che abbiamo avuto da molti anni a questa parte». E il programma sembra dargli ragione. Prima ancora che arrivino premi, recensioni e verdetti, la passerella veneziana è già diventata, infatti, un’arena predisposta ai comizietti paraelettorali. Una parata da nuova internazionale cinefila di sinistra insediatasi al Lido, sotto l’egida del “destro” ribelle presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco.