Dopo cinque lunghi anni di dibattimento, il Tribunale di Fermo ha assolto Max Del Papa, firma di punta della testata online di Nicola Porro, dall’accusa di aver diffamato Andrea Scanzi. Il giornalista del Fatto Quotidiano, noto volto televisivo, aveva querelato Del Papa per diffamazione perché in una serie di post sui social lo avrebbe offeso riportando la notizia, non confermata, di aver saltato la fila prevista per le categorie a rischio ai tempi del Covid. In quell’occasione, Scanzi si era fatto vaccinare con priorità assoluta in quanto caregiver, cioè badante, dei propri genitori anziani.
La giudice Roberta Pilotti non ha però rilevato profili diffamatori e ha ricondotto i commenti di Del Papa all’esercizio del normale diritto di critica. La notizia presenta due aspetti particolarmente rilevanti, che vanno messi in evidenza. Essi sono collegati e costituiscono una delle più palesi perversioni del nostro dibattito pubblico, ancora oggi per lo più dominato dalla sinistra.
DOPPIO ASPETTO
Da una parte, bisogna stigmatizzare in generale la facilità con cui ai nostri tempi si diffama e querela; dall’altra, il doppiopesismo congenito agli esponenti del progressismo politico e mediatico, di cui Scanzi è eminente rappresentante, particolarmente odioso e illiberale quando, come in questi casi, va a intaccare il sacro principio della libertà di espressione.
Iniziamo dal primo aspetto. È preoccupante osservare come, in linea generale, nel nostro Paese si sia perso il gusto della polemica anche accesa, in nome di un correttismo che è in sostanza conformismo e omologazione a buon mercato. La sinistra, utilizzando l’arma della querela e dell’intimidazione, prova a mettere a tacere, con ogni mezzo, qualsiasi opinione avversa alla propria. Come dimenticare che i momenti più creativi della nostra cultura siano stati contrassegnati, soprattutto sulle pagine dei giornali, da polemiche feroci, satira pesante, duelli verbali, ironia pungente e sarcastica che non risparmiava e faceva sconti a nessuno? Si pensi al primo Novecento, all’età delle riviste e dei fogli satirici. Oggi, all’esame del politicamente corretto, essi non passerebbero l’esame. E non lo passerebbero non dico i D’Annunzio o i Papini, ma nemmeno un Croce, i cui sferzanti giudizi verso colleghi e uomini di cultura non certo secondari sono fin troppo noti. Non si pensava certo allora di zittire gli avversari per via legale, spesso chiedendo cifre esorbitanti, come hanno fatto gli avvocati di Scanzi che pretendevano da Del Papa ben trentamila euro più sei di risarcimento per le spese legali.
E veniamo così al secondo punto. Scanzi? Da quale pulpito, verrebbe da dire! Qui sta infatti l’aspetto parodistico dell’intera vicenda che stiamo commentando. Il giornalista in questione ha fatto dell’insulto sistematico ai propri avversari il marchio di fabbrica della sua ditta. Ovviamente sempre a senso unico, contro l’odiata destra. Da Berlusconi a Salvini nessuno si è salvato. E non basta andare troppo lontano per scoprire questa sua attitudine.
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Commentando il comizio tenuto da Giorgia Meloni domenica scorsa a Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia, Scanzi è arrivato a definire il presidente del consiglio una «pesciarola che vende triglie sottoprezzo al mercato rionale». Pensate solo un attimo se un’espressione del genere fosse stata utilizzata da un giornalista di destra verso una esponente del campo largo. Le accuse di “sessismo” si sarebbero sprecate e, all’unisono, tutta la banda dei media amici si sarebbe mossa contro il malcapitato. Non contento, Scanzi se l’è presa poi con i giovani presenti alla kermesse: «Ma che cazzo ridete? Ce l’avete 18-20 anni, che vita di merda conducete per essere contenti di ascoltare una pesciarola?». Insomma, la morale a sinistra è sempre la stessa, quella del marchese del Grillo, «noi siamo noi e voi non siete un c... ».




