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"Colloquio Ranucci-Santoro per togliere Report alla Rai". Così Lavitola voleva arricchirsi

di Giacomo Amadori - Leone De Cesarelunedì 5 ottobre 2026
"Colloquio Ranucci-Santoro per togliere Report alla Rai". Così Lavitola voleva arricchirsi

8' di lettura

Leggere le 120 pagine dell’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola permette di comprendere il motivo per cui il gip Iole Moricca (d’accordo con il pm Edoardo De Santis) non ha ritenuto di concedergli i domiciliari, considerando la confessione del tutto lacunosa. Si tratta di un one-man-show in cui il faccendiere salernitano dice tutto e il suo contrario, ma delinea un movente ben preciso per l’attentato davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, un’azione di cui è il mandante reo confesso: io ho saputo da una «fonte israeliana» che c’erano «due agenti infedeli» di Gerusalemme che facevano affari con il cantiere Vittoria di Adria, finito al centro di un’inchiesta di Report, e che per questo avevano deciso di ingaggiare un «odiatore» di Sigfrido Ranucci pronto a ucciderlo («Lì l’atto sarebbe stato quello di ammazzarlo»). «Tizio e Caio hanno reclutato l’odiatore perché vogliono togliersi dalle scatole questo qua» gli avrebbe rivelato la gola profonda.

Ma visto che l’ex conduttore di Report non aveva chiesto una maggiore protezione (qui gli insulti contro Ranucci si sprecano, da «monomaniaco ossessivo» a «fesso»), come da lui consigliato, aveva deciso con il suo factotum, Gomes Clesio Tavares, di sollevare la questione da par suo. Ma anche su questo punto la versione di Lavitola è fumosissima: «Dico: “Vai tu. Piglia una pistola, spara tre o quattro colpi sul muro e semmai metti anche una foto di Ranucci e le spari contro [...]”. Gomes disse: “Va bene”. Mi raccomando: “Però non coinvolgere nessuno, fallo tu da solo, perché sennò qua si rischia di passare un guaio” e Gomes dice: “Va bene, dottore, non si preoccupi. Ci penso io”». Poi, però, stravolge il piano e non rispetta le indicazioni. Decide di appaltare l’attentato a un suo amico per evitare di essere beccato mentre sta lavorando all’affare dei carbon credit in Africa.

Lavitola si giustifica davanti al giudice: «Io sono il capo di Gomes, ma non sono un capo criminale di Gomes [...]. Mi ha detto: “Dottore, ma mo’ mi vuole imparare a me pure queste cose?”». Ma l’indagato, con il senno del poi, ammette di essersi sbagliato a fidarsi, anche per i danni provocati dalla bomba: «Mi pento amaramente di non esserci andato (a fare il sopralluogo, ndr), perché [...] avrei detto: “Non mettete le cose davanti alla macchina, perché... cioè, io ti devo fare un piacere e ti faccio comprare le macchine nuove [...]?”. No!». Durante l’interrogatorio Lavitola fa capire di non aver digerito il danneggiamento delle auto a metano, che avrebbe potuto creare danni anche maggiori. Anche perché a suo dire Ranucci non assicurava le macchine («È un problema di grave handicap mentale»). Una questione che avrebbe fatto «imbufalire» Lavitola: «Io gli ho detto (a Tavares, ndr): “Bell’imbecille, gli hai fatto pure rompere le macchine” e Gomes ha risposto: “Sì, ma le ricompro io, dottore, a spese mie”».

L’esibizione di Lavitola è degna di uno spettacolo di cabaret. Il giudice dice: «Lei ha questo amore viscerale per Ranucci...». E il faccendiere si inalbera: «No, no, ma che siamo gay, qua?». La toga è costretta a precisare che si tratta di «amore viscerale fraterno». La Moricca domanda se Ranucci sospettasse di lui come mandante della bomba e, qui, il racconto si complica. «Comunque lei non glielo ha mai detto (di essere il mandante dell’ordigno, ndr) e lui non glielo ha mai chiesto» ricostruisce il giudice. Lavitola conferma: «Lui non me lo ha mai chiesto». Ma, immediatamente, aggiunge: «Quello che mi ha chiesto più di una volta... Ranucci... prima ancora dell’attentato e soprattutto, a ripetizione, dopo...». Qui il discorso si fa interessante. Lavitola cita le presunte richieste di Ranucci, anche telefoniche: «Ti devo vedere», oppure «Valter, stai facendo quella cretinata che avevi detto di farmi mettere tu la doppia scorta? Guarda, ci fai passare un guaio».

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«FAI COME FABIO FAZIO»
Il gip è incuriosito: «Questo glielo dice prima o dopo il 16 ottobre?». Risposta: «Soprattutto dopo, ma alcune volte anche prima...». Gip: «Immagino che dopo il 16 ottobre lei con Ranucci abbia parlato di questo fatto, che vi siate confrontati...». Lavitola conferma: «Decine di volte!». Un dialogo che più che offrire risposte, rende ancora più incomprensibile come nelle sue testimonianze con gli inquirenti l’ex conduttore di Report non abbia mai citato Lavitola, soprattutto se davvero gli aveva detto che poteva creare problemi con le sue iniziative.

Non basta. Il faccendiere si è impantanato del tutto quando ha negato per lunghi minuti di avere fatto un sopralluogo davanti alla casa di Ranucci insieme con Tavares, nonostante i cellulari di entrambi avessero agganciato la stessa cella di Torvaianica per ben mezz’ora, il 15 settembre 2025, a poche ore dalla partenza di Lavitola per l’Argentina. Anche la giustificazione del viaggio in Sud America ha destato molte perplessità. Vi si sarebbe recato non per motivi di lavoro o famigliari, ma per ricevere un «forte supporto di informazioni» sugli 007 israeliani. Un sostegno che non avrebbe chiesto in Italia, dal momento che non sapeva a chi rivolgersi all’interno della nostra intelligence.

Durante l’interrogatorio di garanzia i magistrati hanno ripetutamente chiesto all’indagato lumi sul suo legame con Ranucci e il faccendiere ha spiegato che tutto è iniziato con la conoscenza al ristorante, che si è trasformata in un rapporto fonte-giornalista e, infine, è diventata amicizia, quando il figlio autistico di Lavitola sarebbe affidato alle cure della figlia «psichiatra infantile» di Ranucci: «Sigfrido mi aiutò con lei a rendere fattibili le terapie e questa è una roba che io non sono mai più riuscito a togliermi dal cuore».

Lavitola, capendo che la storiella della bomba d’amore non stava convincendo nessuno, si è soffermato sui vantaggi concreti che avrebbe avuto dall’eventuale discesa in campo di Ranucci (per gli inquirenti il vero movente dell’attentato): «Ero convintissimo che lui avrebbe potuto fare bene (in politica, ndr) e io mi volevo ricostruire, non dico una verginità, che era impossibile, ma una reputazione». Ma non pensava certo di poter fare il consigliori a Palazzo Chigi: «Io ho due anni di pena esecutiva che mi iniziano probabilmente a ottobre. Ma secondo lei io sono così mongoloide da pensare che mentre sono detenuto posso avere un incarico da Ranucci?».

Ma il faccendiere, per risultare ancora più credibile, ha pure ammesso di aver pensato di mettersi a posto economicamente facendo il produttore di Report. Tradotto: aiutavo Ranucci non solo per amicizia, ma anche per provare a sistemare le sue finanze dissestate (Lavitola ha spiegato che a causa di una pesante condanna della Corte dei conti non è in grado di intestarsi alcunché e che gli sono stati sequestrati persino 30 euro da una Postepay).

«Faccia conto che Michele Santoro, che da grandi nemici siamo diventati buoni amici, mi spiegò come faceva lui con la Rai» spiega, dal carcere di Rebibbia, l’ex direttore dell’Avanti!. «Cioè, lui si faceva la produzione e si vendeva la cosa. Io gli (a Ranucci, ndr) ho detto: “Facciamo una cosa, io ti faccio la produzione e tu ti fai la cosa [...]. Tu ti guadagni tranquillamente una barca di soldi all'anno e io pure mi metto a posto economicamente”». Poi continua: «Quello sì che era un mio interesse precipuo [...] e credo che Ranucci, se lo sentite, ve lo possa testimoniare, io gli ho detto: “Ma perché non fai come Michele (Santoro, ndr)?”. E li ho fatti pure parlare. Dico: “Fatti tu la produzione della trasmissione e te ne vai dovunque e te lo faccio io il produttore”». Il faccendiere sottolinea il «ritorno economico» che avrebbe avuto, un vantaggio molto più concreto della carriera politica: «Purtroppo io l’esperienza coi presidenti l’ho fatta e una volta che esci dal carcere hai difficoltà pure a vederli» evidenzia. Palazzo Chigi «era una cosa a lunga scadenza, quella della produzione era una cosa a immediata scadenza...». L’idea era quella di far traslocare Report su Tv8, come è successo con Che tempo che fa di Fabio Fazio: «Ma tu se, anziché stare là dentro a pigliare uno stipendio, te ne vai a fare un accordo come Fazio, se a Fazio gli danno un milione» avrebbe consigliato a Ranucci.

Durante l’interrogatorio è stato concesso molto spazio al tema dei sondaggi che avrebbero accompagnato l’ipotetica discesa in campo di Ranucci. A verbale Lavitola dà mille spiegazioni e insiste sul fatto che non fossero collegati alla bomba e che, anzi, a ridosso degli eventi (esplosione, arresti), aveva fatto interrompere le rilevazioni demoscopiche per non falsarle sull’onda dei fatti di cronaca.

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IL MISTERO DEL SONDAGGIO
Per il faccendiere a innescare l’idea di Ranucci premier sarebbe stato un misterioso «sondaggio americano» del dicembre 2025. Il gip prova a smentire tale tesi ricordando un’intercettazione del 28 ottobre 2024, giorno delle elezioni in sette Regioni. Quel giorno Lavitola dice a Ranucci: «Incontri Gualtieri (Roberto, sindaco di Roma, ndr)? Però un bacetto lo potresti inviare. Vabbè, i seggi sono chiusi [...]. Berlusconi ti avrebbe fatto co-presidente e poi ti avrebbe ceduto il posto [...]. Il discorso di Capodanno che farai potrebbe anche fare di più».
Quindi già nel 2024 Lavitola immaginava Ranucci in politica. Il discorso sarebbe stato ripreso un anno dopo: «Il 23 dicembre io ho avuto una cena tradizionale che si fa con vecchi leader dell’Internazionale socialista, che io frequentavo con Bettino Craxi all’epoca, e in quella cena mi fu mostrato questo sondaggio [...] commissionato in America e non solo».

Lavitola prova a spiegare il senso: «L’unica televisione nel mondo che [...] ha reso pubblici formalmente documenti riservatissimi dell’amministrazione americana, dai quali emergeva che le fondazioni americane di destra stavano sostenendo i partiti di destra in Europa, l’unica inchiesta l’ha fatta Ranucci, tant’è che addirittura Orban, credo, lo ha querelato o qualcosa del genere. Forse anche il Governo qui... Ed è stato l’unico a fare questa cosa». Ma Lavitola non rivela da chi e dove gli sia stato mostrato questo fantomatico sondaggio.

A quanto risulta a Libero il faccendiere, dal 19 novembre al 9 dicembre 2025, si reca in Brasile, una trasferta che avrebbe visto due rapidi spostamenti a Parigi e a Doha. Poi il 27 dicembre parte per Tirana e per il Montenegro. Ma dove fosse Valter tra il 21 e il 24 dicembre resta un mistero: non lo sanno né l’ex compagna Natalia Potenza (che, pure, ritiene che non fosse a Roma), né i collaboratori del ristorante a cui ha dato indicazioni telefoniche per l’acquisto del pesce.

GLI EFFETTI «BENEFICI» DELLA BOMBA
Il giudice collega i fili e rimarca che il giorno di Santo Stefano, ci sarebbe stato un altro incontro conviviale, con il sondaggio nel menù: «Lei già il 26 dicembre va a cena al suo ristorante, c'è un’intercettazione in cui siete a cena lei, Ranucci e Mieli (Paolo, editorialista del Corriere della sera, ndr)... no? Visto che Mieli, il giornalista Mieli, poi è stato da lei coinvolto in questo sondaggio...». Ma Lavitola non sembra avere un ricordo preciso dell’incontro. Il gip insiste: «Da gennaio emergono questi messaggi in cui si capisce che [...] questa cosa del sondaggio sta diventando concreta. Ha la società, coinvolge Mieli, Cappellini (Stefano, direttore della Repubblica, ndr) e lo stesso Ranucci e da gennaio inizia questo progetto».

Durante l’interrogatorio la Moricca si rivolge a Lavitola in modo quasi perentorio. La sua ricostruzione è un duro atto d’accusa: «Dopo l’attentato [...] per quello che si è potuto vedere nel suo telefono, da una parte cessano o si diradano i tormenti di Ranucci, che esternava a lei i suoi problemi lavorativi, dall'altra, invece, aumentano i messaggi in cui Ranucci condivideva con lei in qualche modo i suoi successi, cioè le piazze piene quando c’è la presentazione del suo libro, la gente che gli stringe la mano; quindi, dal punto di vista investigativo, emerge che questo attentato ha comunque oggettivamente determinato, da una parte, una sospensione delle problematiche interne alla Rai [...] e, dall’altra, un aumento della popolarità di Ranucci». Parole che suonano come una sentenza, anche se le indagini non sono ancora finite e Ranucci è, al momento, solo la vittima della bomba e non certo il beneficiario.

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