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Governo, ecco perché a Salvini e alla Lega non conviene rompere

Matteo Salvini  

Corrado Ocone
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Da qualche giorno la Lega, che è ora il primo partito in Parlamento e quindi l'asse portante della maggioranza di governo, ha attenuato le critiche al presidente del Consiglio, abbandonando quella scomoda posizione di «partito di lotta e di governo» che ha occupato negli ultimi mesi e che ora, in modo più strumentale e pretestuoso, sembra essere propria di Conte e dei suoi.

L'accordo parlamentare che ha portato a rinviare sine die la battaglia su ius scholae e cannabis (una vera e propria "provocazione" del Pd) fa risaltare ancora di più questa nuova postura. La stessa guerra in Ucraina, che è ormai in uno stallo diplomatico- militare, non sembra più innescare quelle spinte centrifughe rispetto alla linea che l'Italia ha assunto e che, d'altronde, è coerente con le storiche alleanze occidentali del nostro Paese. Ci si concentra piuttosto sulle drammatiche conseguenze economiche che essa ha generato. Contrariamente a quel che insinuano a sinistra, e cioè che nella Lega ci sia una spaccatura e che a Pontida potrebbe decidersi l'uscita dal governo, l'immagine che il partito trasmette in questi giorni è quella di una forza che ha intensificato il dibattito interno (che è sempre un buon segno) e ha spostato maggiormente l'attenzione sui territori. Il tutto in un'ottica di coesione e condivisione fra le diverse anime che compongono il partito.

 

È una posizione che, a ben vedere, non ha alternativa, ma che può rappresentare anche un'opportunità non indifferente per il partito di Salvini. Non è dubbio infatti che la priorità dei partiti in questa fase pre-elettorale sia quella di marcare una propria e coerente identità, in modo da presentarsi fra un anno al voto con una fisionomia precisa. Da questo punto di vista, la scelta di abbandonare il governo costerebbe alla Lega molto più di quanto non sia costata la scelta di aderirvi. Essa sarebbe, infatti, l'ammissione di un fallimento.

E darebbe ancora più ragione a Giorgia Meloni che, con la sua scelta di opposizione, ha già "rubato", secondo i sondaggisti, una buona fetta di elettorato ai leghisti. Un elettorato che non tornerebbe all'ovile proprio perché leggerebbe l'uscita dal governo come una mossa tardiva e opportunistica. Meglio allora riempire di contenuti quest' anno di lavoro, cercando di influire quanto più possibile sulle politiche di governo e dimostrando che la scelta fatta a suo tempo sia servita a qualcosa.

Una posizione che risalterebbe ancor più oggiche quel che è rimasto dei Cinque Stelle pone ricatti e ultimatum al governo, mettendo non poco in imbarazzo quel Pd che sull'immagine della responsabilità filogovernativa aveva costruito il suo capitale e che ora si ritrova alleato di una forza che tutto dimostra di essere ma certo non affidabile. Anzi, il fatto che il partito di Letta non abbia il coraggio di rompere con la cellula impazzita grillina è funzionale alla Lega perché fa venire alla luce le ipocrisie di certe posizioni dem.

 

La solita stampa di sinistra ha poi ipotizzato astrusi ragionamenti di Salvini dietro la scarsa disponibilità a realizzare in questo scorcio di legislatura una riforma elettorale in senso proporzionale, come ormai vuole anche Letta. Salvini, ha scritto qualcuno, preferisce fare il ministro degli Interni in un futuro governo Meloni piuttosto che stare di nuovo fuori dalla compagine governativa in un Draghi bis. E se la spiegazione dell'indisponibilità leghista fosse molto più semplice e si legasse proprio all'idea di marcare un'identità e non disorientare gli elettori? Dopo tutto, la Lega è un partito alternativo alla sinistra e come un partito di centrodestra viene percepito da chi lo vota. È a destra che si costruirà il futuro una volta chiusa la parentesi "eccezionale" del governo Draghi. Ed è bene cominciare a prepararsi.

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