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Roberto D'Alimonte: "Contro l'uomo forte serve l'elezione diretta del capo del governo"

Fausto Carioti
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«Per come stanno le cose oggi», dice il politologo Roberto D'Alimonte, autorità indiscussa in materia di sistemi elettorali e riforme istituzionali e fondatore del Centro studi elettorali della Luiss, «la competizione tra centrodestra e centrosinistra è così squilibrata che non si può parlare di una gara aperta, a meno di credere che i sondaggi ci diano una foto del tutto distorta delle intenzioni di voto degli italiani. La media delle rilevazioni delle ultime settimane dà il centrosinistra (senza Calenda e Renzi) più o meno intorno al 30%, mentre dall'altra parte Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia vengono stimati intorno al 45%».

 

 



Quindici punti di differenza sono tanti. Che parlamento avremmo, professore, se i numeri che usciranno dalle urne il 25 settembre fossero questi?
«Con queste cifre o cifre simili, il centrodestra potrebbe vincere l'80% dei collegi uninominali e arrivare tranquillamente alla maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere».
 

Cosa potrebbe modificare questo scenario? A sinistra confidano sul 40% di italiani che non ha ancora deciso cosa votare: in effetti sono tanti.
«Però questo dato non è corretto.
Sappiamo già che almeno tre quarti di quel 40% di elettori, e cioè il 30% del totale, sicuramente non andrà a votare. Nel 2018 gli astensionisti sono stati il 27%. Quest' anno saranno di più, forse molti di più. Quindi i veri indecisi sono meno del 10 %, non il 40%. Per fare la differenza, dovrebbero votare in massa per il centrosinistra».
 

Nel 2013, e soprattutto nel 2018, qualcosa di simile successe a favore dei Cinque Stelle: gli indecisi si schierarono quasi tutti con loro.
«Ma allora il M5S rappresentava la novità. Dove è la novità oggi? Quale polo o quale partito interpreta la voglia di cambiamento che potrebbe portare gli indecisi a decidere? Credo che solo eventi traumatici di politica interna o internazionale, o una serie di dichiarazioni improvvide dei leader del centrodestra, possano cambiare il quadro che abbiamo davanti ora».

 



Con Carlo Calenda e Matteo Renzi torna il tentativo di creare un polo moderato. Dal 1994 in poi, ogni tentativo di creare una forza in mezzo ai due schieramenti è fallito. Vede qualcosa di diverso stavolta?
«A dire il vero il M5S è stato un terzo polo di grande successo, l'unico che sia riuscito a scardinare l'assetto bipolare della politica italiana impiantato nel 1994. Ma oggi né il M5S né il polo Calenda-Renzi hanno la forza elettorale per impedire che il centrodestra possa conseguire la maggioranza assoluta dei seggi nelle due Camere».

Come se lo spiega? Leadership deboli o altro?
«I terzi poli, per avere successo, devono intercettare prepotentemente la voglia di cambiamento, che è una costante della politica italiana degli ultimi decenni. Devono suscitare speranze, apparire nuovi e diversi, avere leader carismatici. Ma il M5S ha esaurito la sua carica di novità. E il polo Calenda-Renzi ha un certo appeal tra gli elettori delusi di centrodestra e di centrosinistra, però non sembra in grado di intercettare la voglia di cambiamento».

Perché? Cosa gli manca?
«Renzi non è una novità della politica italiana. Calenda in parte lo è, ma il modo in cui ha gestito il rapporto con il Pd e la sua decisione di associarsi a Renzi ne hanno appannato l'immagine».

Uno dei grandi temi della campagna elettorale è l'elezione diretta del capo dello Stato. È il momento di rivedere l'architettura istituzionale italiana?
«Sì. Da molto tempo sostengo che occorra porsi il problema della stabilità del governo nazionale. Non possiamo affrontare le grandi sfide legate alla radicale trasformazione dell'economia e dei rapporti internazionali cui stiamo assistendo con governi che durano in media meno di due anni».

Quale sarebbe il modello migliore? Il presidenzialismo statunitense? Il semipresidenzialismo francese?
«A partire dal 1993 abbiamo risolto il problema della stabilità dei governi comunali e regionali introducendo un modello che combina elezione diretta del capo dell'esecutivo - sindaco e presidente della giunta regionale - con sistemi elettorali a premio di maggioranza e il voto di sfiducia abbinato allo scioglimento automatico degli organi legislativi».
È un modello che funziona.
«Sì, ha dato ottimi risultati. Ed è un modello originale, che a me piace chiamare "modello italiano di governo". Combina elementi del presidenzialismo, come l'elezione diretta, con elementi del parlamentarismo, come il voto di sfiducia. Oggi sindaci e presidenti di regione nella stragrande maggioranza dei casi durano in carica cinque anni. Durante la Prima Repubblica duravano pochi mesi. Questa è una delle possibili strade per dare stabilità al governo nazionale. Non l'unica».

Quali altre strade ci sono?
«Il semi-presidenzialismo francese potrebbe essere un'altra. Non sono invece favorevole al presidenzialismo statunitense, che non si adatta al nostro contesto».

Molti caldeggiano la sfiducia costruttiva: il parlamento non può togliere la fiducia al governo se al tempo stesso non la concede a un nuovo esecutivo. Funzionerebbe?
«No, non credo affatto che da noi possa funzionare. In Germania funziona perché all'interno della classe politica esiste una cultura della stabilità e del rispetto delle regole che noi ci sogniamo. Senza quella cultura la sfiducia costruttiva è un guscio vuoto. Penso invece che qualcosa si possa fare a livello di regolamenti parlamentari, per favorire una maggiore responsabilizzazione degli eletti».

Ha letto la proposta di elezione diretta del presidente della repubblica presentata da Fratelli d'Italia e bocciata in parlamento?
«L'ho letta e l'ho trovata confusa. Al vertice ci sarebbero un presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini e un primo ministro che non è chiaro cosa ci starebbe a fare, visto che la direzione del governo è assegnata al presidente della Repubblica. Messa in questi termini non è né il modello Usa, dove non c'è un primo ministro, né il modello francese, dove il presidente sceglie il primo ministro, ma non è formalmente il capo dell'esecutivo. In più si introduce il meccanismo della sfiducia costruttiva, senza specificare quale sia il sistema elettorale con cui viene eletto il parlamento. C'è comunque una cosa buona in quella proposta, ed è la previsione del ballottaggio per l'elezione del presidente».

Il programma elettorale del centrodestra evita di entrare in certi dettagli, limitandosi a prevedere la «elezione diretta del presidente della Repubblica».

«Parlare di elezione diretta del presidente della Repubblica senza specificarne i poteri non vuole dire nulla.
Il presidente della Repubblica austriaco o quello portoghese sono eletti direttamente, ma hanno meno poteri di Mattarella. Vogliamo eleggere il capo dell'esecutivo o no? Questa è la domanda da farsi».
 

Far scegliere direttamente il capo dell'esecutivo, insomma, e non il capo dello Stato.
«Sì. È su questo punto che il centrodestra deve fare chiarezza. Io penso che, come avviene nei comuni e nelle regioni, si debba eleggere il capo dell'esecutivo con una sua maggioranza. Vista la debolezza dei partiti e il livello di sfiducia nella classe politica, è meglio che siano i cittadini a scegliere direttamente e in maniera chiara chili debba governare. Il presidente della Repubblica deve restare una figura di garanzia. In questo modello di governo non è necessario che sia eletto direttamente dal popolo. Anzi, è meglio che non lo sia».

Una simile riforma costituzionale comporterebbe la revisione della legge elettorale?
«Sì, modifica della forma di governo e sistema elettorale devono procedere insieme. Se il modello scelto fosse quello dei comuni o delle regioni il sistema elettorale più adatto sarebbe il proporzionale con premio di maggioranza. In questo caso, la mia preferenza andrebbe al modello dei comuni, perché prevede il ballottaggio per l'elezione del sindaco. E questo offre ai cittadini la possibilità di fare una scelta netta e facilmente comprensibile. Se la forma di governo, invece, fosse simile a quella della Quinta Repubblica francese, potrebbero andare bene sia il proporzionale con premio di maggioranza che un sistema fondato sui collegi uninominali».

Chi contrasta l'elezione diretta del presidente della Repubblica sostiene che essa non si addice al popolo italiano, troppo incline a cercare l'uomo forte al comando. È un argomento fondato?
«È un argomento che ha fatto il suo tempo. La sindrome della deriva autoritaria serve a cristallizzare lo status quo. E questo è rischioso. Sono l'incapacità a decidere, la mancata soluzione dei problemi, l'irresponsabilità legata alla breve durata degli esecutivi e i governi tecnici ad alimentare l'insoddisfazione, la protesta e il desiderio dell'uomo forte. Questo, ovviamente, non esclude che un modello che vede rafforzato il ruolo dell'esecutivo e del suo leader debba assolutamente contenere gli opportuni contrappesi per controllarne l'operato».

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