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Meloni-Macron, come nasce il rancore del francese: l'invito rifiutato

Mauro Zanon
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Per giustificare la scelta di non invitare il primo ministro italiano Giorgia Meloni all’incontro di mercoledì sera a Parigi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, ieri, a margine del Consiglio Europeo a Bruxelles, il capo dello Stato francese, Emmanuel Macron, ha messo in avanti il peso diplomatico dell’asse Francia-Germania. «Ho voluto ricevere il presidente Zelensky assieme al cancelliere Scholz. Penso che sia il nostro ruolo. La Germania e la Francia, come sapete, hanno un ruolo particolare da otto anni sulla questione», ha dichiarato Macron in risposta alla reazione del premier italiano, che in mattinata aveva giudicato «inopportuno» il trilaterale di Parigi senza l’Italia. «Credo che la nostra forza in questa vicenda sia l’unità e la compattezza. Capisco le questioni di politica interna e la volontà di privilegiare le proprie opinioni pubbliche, ma ci sono dei momenti nei quali privilegiare la propria opinione pubblica interna rischia di andare a discapito della causa», ha commentato Meloni.

 

 

FRAMANIA - Il «ruolo particolare» di Francia e Germania cui ha fatto riferimento ieri Macron è il “formato Normandia”, ossia l’iniziativa diplomatica a quattro (Francia, Germania, Russia e Ucraina) lanciata nel giugno del 2014 per trovare soluzioni alla guerra del Donbass e che produsse pochi mesi dopo i fragili accordi di Minsk. Ma dietro la rivendicazione dell’asse franco-tedesco come fulcro delle manovre dell’Unione europea e portavoce dei Ventisette con i paesi extra Ue, in realtà, c’era anche una chiara volontà di fare uno sgarbo al premier italiano, di “vendicarsi” di alcuni atteggiamenti, azioni e scelte diplomatiche di Meloni. Una su tutte: la decisione del presidente di Consiglio italiano di andare prima a Berlino da Scholz (il 3 febbraio) che a Parigi. Secondo le informazioni di Libero, durante il famoso incontro avvenuto il 23 ottobre 2022 sulla terrazza del Gran Melià di Roma all’indomani della salita al Colle della leader di Fratelli d’Italia, l’inquilino dell’Eliseo avrebbe chiesto a Meloni di fare la sua prima visita ufficiale a Parigi, promettendole di essere trattata con tutti gli onori, di «accoglierla come una regina». Meloni, che ha poi raccontato la vicenda ai suoi stretti collaboratori, lo avrebbe ringraziato per l’invito, ma poi avrebbe preferito Berlino.

 

 

DIFFICOLTÀ INTERNE - Gli screzi diplomatici dopo il caso della Ocean Viking sembravano superati tra Roma e Parigi. E nelle ultime settimane, sullo sfondo dell’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, ci sono stati vari bilaterali importanti tra i ministri dei due Paesi: Guido Crosetto e il suo omologo Sébastien Lecornu (Difesa) si sono incontrati a Roma per perfezionare l’invio del sistema di difesa antiaerea Samp/T all’Ucraina e a Roma è appena scesa anche Laurence Boone, ministra francese per gli Affari europei, in attesa del vertice tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e quello francese Gérald Darmanin a cui stanno lavorando gli sherpa di Meloni e Macron.

Lo sgambetto macronista arriva dunque in un momento inopportuno, ma è figlio di un’antipatia pressoché antropologica verso il nuovo inquilino di Palazzo Chigi, non più docile e accomodante come ai tempi di Paolo Gentiloni e della quinta colonna francese del Pd. Macron, a ogni modo, può gonfiare il petto soltanto in Europa: perché in Francia non lo può più fare. Privo di maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale, paralizzato dall’ostracismo delle opposizioni di sinistra e destra, accerchiato da proteste di piazza oceaniche a cadenza settimanale contro la riforma delle pensioni e indebolito dai pessimi sondaggi di popolarità: il 63% dei francesi, secondo l’ultima rilevazione Odoxa, non lo considera un “buon presidente”. 

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