Perché in Italia non si riesce a chiudere la lunga stagione dei risentimenti del dopoguerra, lo strascico insomma della guerra civile che concluse il secondo conflitto mondiale e che impedisce una vera e duratura pacificazione? Se lo chiedeva Ernesto Galli della Loggia sul Corriere due giorni fa e addossava la responsabilità di voltare pagina («seppellire i morti per dare un futuro ai vivi») a Giorgia Meloni che, in quanto vincitrice delle elezioni del 2022, aveva l’occasione di «sancire la fine delle ostilità». Certo l’occasione era a portata di mano, se il fronte avverso non avesse da subito trattato la nuova premier di destra come un abusiva, arrivata a Palazzo Chigi per una beffa del destino e per l’incapacità di unirsi delle opposizioni, se non l’avesse da subito considerata la “nemica” per eccellenza, nemica della Costituzione e persino nemica delle donne che avrebbe voluto rimandare ai fornelli, in omaggio alle mussoliniane massaie rurali. Il repertorio lo conosciamo ma vi si è aggiunto, grazie a una rinata energia di piazza del mondo antagonista organizzato in guerriglia paramilitare, il ritorno a un clima da anni Settanta che certo non giova al rispetto reciproco tra le parti.
E ogni volta che Giorgia Meloni ha tirato fuori l’argomento dei discorsi di odio che avvelenano il dibattito pubblico si è subito gridato al “vittimismo” come ingrediente sapido della propaganda di Palazzo Chigi. Va dunque accolto con favore, in questo contesto, quanto ha scritto Giuliano Ferrara ieri sul Foglio partendo dall’omicidio politico di Quentin Deranque in Francia. Omicidio politico che non nasce da scontri tra fazioni contrapposte ma da un linciaggio crudele, eseguito da un branco di antifa ai danni di un giovane inseguito, braccato, aggredito con ferocia anche quando era a terra. Giustamente Ferrara accosta questo ignobile omicidio di oggi a quelli che ieri falcidiavano i “cuori neri” nelle file della gioventù missina.
Quentin, lezione di Meloni a Macron: "Solo un segno di vicinanza"
Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto alla premier italiana Giorgia Meloni di non "commentare" gli...Mantakas, Ramelli, i morti di Acca Larenzia, i fratelli Mattei. E chi sono gli antifa? «Sono la ignobile, abietta caricatura e deformazione morale e politica dell’epica antifascista storica, questa marmaglia feroce - scrive Ferrara che si è messa in luce in molti paesi europei sulla scia del movimento filopalestinese e antisemita e della ideologia vittimista dei centri sociali». Questo ha generato la rinascita «crudele e farabuttesca» di una violenza rispetto alla quale la sinistra europea ha un atteggiamento di relativizzazione, facendo «confusione etica» sulle vittime della violenza. Una presa di posizione coraggiosa, proprio nel giorno in cui si cercautilizzando la denuncia di minacce di morte ricevute da Angelo Bonelli e squadernate in Parlamento- di far passare per vittime quelli che con questi movimenti hanno vergognosamente flirtato fino a concedere un premio (da parte del presidente Avs dell’VIII Municipio di Roma) al deputato di France Insoumise Raphael Arnault fondatore della Jeune Garde cui viene ascritto l’omicidio di Lione.
Un’analisi coraggiosa, quella di Giuliano Ferrara, che richiama la sinistra alle sue responsabilità, al dovere di dire parole chiare senza confondere le acque per mostrarsi agli occhi dell’opinione pubblica come la parte migliore dell’Italia. E che fa giustizia anche delle polemiche sul ritorno del clima da anni Settanta che non significa affatto dire che le Brigate Rosse stanno tornando ma che il riecheggiare di slogan come “uccidere un fascista non è reato” e la creazione di bande di violenti che danno la caccia per strada al nemico di destra e in alcuni casi lo ammazzano come a Lione, ci riporta appunto a pagine tragiche della nostra storia, come il rogo di Primavalle ad esempio, che sempre una sinistra codarda e complice cercò con una campagna infame di far passare come una faida interna al Msi. Ricordarlo è frutto di risentimento come dice Galli della Loggia? No. È solo verità storica. Che va e deve essere superata ma non certo dimenticata.




