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Pd, i primi 3 anni di Elly Schlein? A chi si è piegata e le promesse tradite

di Elisa Calessimercoledì 11 marzo 2026
Pd, i primi 3 anni di Elly Schlein? A chi si è piegata e le promesse tradite

5' di lettura

Il record di durata, come segretario del Pd, ce lo ha ancora Matteo Renzi. Ma Elly Schlein, alla boa dei tre anni alla guida del principale partito del centrosinistra (si è insediata il 12 marzo 2023), può dire di aver già fatto meglio - in termini di tempo - di sei segretari che l’hanno preceduta: Walter Veltroni, che ha resistito 16 mesi, Dario Franceschini, in sella per 9 mesi, Guglielmo Epifani, 7 mesi, Maurizio Martina, 8 mesi, Nicola Zingaretti, 2 anni, e il suo immediato predecessore, Enrico Letta, rimasto in sella un anno e mezzo. Quanto agli obiettivi che la ribelle di “Occupy Pd” si era data all’inizio della sua imprevista scalata, alcuni li ha centrati, altri no, alcuni li ha cambiati in corsa, altri sono ancora lontani.

Partiamo dagli annunci di quel primo giorno da segretaria, quando alla Nuvola dell’Eur si insediò alla guida del Pd: voleva dare inizio a un nuovo corso («$ cambiato il clima», «Sarà una nuova primavera»), dare al Pd un’identità più radicale, più chiara, più di sinistra, aprirlo alla nuove generazioni, ai delusi di sinistra, «estirpare» i cacicchi, eliminare le correnti, creare una coalizione progressista. Il tesseramento, effettivamente, è cresciuto. E ha caratterizzato il Pd su alcune battaglie sociali e civili più chiaramente di sinistra: salario minimo, sanità, diritti civili.

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SCHIVARE I COLPI
Sui cacicchi, è andata meno bene. È vero che è riuscita a non far ricandidare Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ma con una serie di concessioni e soprattutto grazie al fatto che il governo ha detto no al terzo mandato. Le correnti sono vive e vegete. Anzi, con lei sono aumentate. È riuscita, però, a neutralizzarle con una delle tattiche del judo: quando hai un avversario più potente, schiva il colpo. E così, Elly, ha fatto. «Dov’è Elly?» è diventato uno dei ritornelli, senza risposta, più sentiti sulla bocca dei big del Pd. Elly non c’è quasi mai. Almeno non è al Nazareno. Riunioni, caminetti, direzioni, assemblee. Ufficiali o ufficiose. E anche al telefono non è facile che risponda. Quando non ci sono voti in Parlamento, gira da Nord a Sud e con alcune toccate e fuga a Strasburgo o Bruxelles. Non manca, invece, una piazza, una manifestazione, uno sciopero, un’iniziativa. Instancabile e imprendibile, ha un’agenda da globetrotter. Persino Dario Franceschini, suo Pigmalione degli inizi, dicono che abbia rinunciato a cercarla.

PESO ELETTORALE
Per quanto riguarda la forza elettorale del Pd, il bilancio è così così. Schlein può dire di essere riuscita a navigare nella tempesta. I passaggi elettorali che ha affrontato non sono stati esaltanti, ma nemmeno catastrofici. Il Pd non sfonda mai, è ben lontano dal 34% conquistato da Veltroni agli inizi, ma quasi sempre rimane primo o secondo partito nelle competizioni locali. Non ha ambizioni maggioritarie, si mantiene poco sopra il 20%, ha recuperato un voto di sinistra che si era perso, ma non sembra capace di crescere più di così. Ed è quello che, riservatamente, le rimproverano anche quelli della sua maggioranza: «Elly non ci porta più su di così». Per questo guardano a Siliva Salis, sperano in una tenda riformista. Sono tutte invenzioni che nascono da una amara constatazione: la capacità espansiva del Pd è finita. Il miglior risultato Schlein lo ha ottenuto alle elezioni europee, portando il Pd al 24%. Una cifra importante, anche se ben lontana dal 40% che ottenne Renzi. E realizzata grazie, osservano i critici, ai candidati riformisti di cui era infarcita la lista del Pd. Gli stessi che, da allora, sono stati vissuti più come un problema, che una risorsa (vedi la politica estera o il ddl sull’antisemitismo di Graziano Delrio).

Ma i capolavori di Schlein sono due. Il primo, sul fronte interno, è il fatto di essere riuscita ad anestetizzare l’opposizione interna, prima offrendo ai perdenti la gestione unitaria e la presidenza del Pd (Stefano Bonaccini), poi riuscendo a portare quasi la totalità della minoranza in maggioranza. Si aggiunga il fatto che ha limitato la convocazione delle direzioni, preferendo “parlare al Paese”, e il gioco è fatto: si è assicurata una pax interna che nessuno dei suoi predecessori ha mai avuto.

RIUNIRE I COCCI
Il secondo successo, sul fronte della coalizione, è di essere riuscita a riunire i cocci del centrosinistra, ricostruendo una coalizione che prima non c’era. Non ha messo veti a nessuno, perfino a quel Renzi contro cui era uscita dal Pd, ma sempre mantenendo un posizionamento a sinistra. Certo, l’essere “testardamente unitaria” non è stato gratis. Ha ceduto tre regioni al M5S, di cui due vinte (Sardegna e Campania) e una persa (Calabria). E ha accettato di cedere a Giuseppe Conte una visibilità che, in futuro, potrebbe crearle problemi. Si vedrà alle primarie, quando ci saranno. Si era presentata come una rivoluzionaria, in realtà è stata molto pragmatica, sufficientemente tattica, paziente oltre che testarda. Anziché andare allo scontro- dentro il Pd o con gli alleati - ha percorso la sua strada, tenendo gli occhi fissi alla meta. Quale? Ça va sans dire: Palazzo Chigi. Sì perché Schlein, nonostante tutto e tutti, non intende cedere il posto che considera le spetti di diritto e che, in effetti, lo statuto del Pd le assegna, ossia quella di candidato premier. In tanti, fuori ma anche dentro il Pd, lavorano perché questo non accada. E ultimamente il tentativo sta tornando a farsi forte. Ma si scontrerà contro la determinazione di Schlein e dei suoi. Solo le primarie potrebbero toglierle questa chance. Se vincesse Conte o se la presenza di un terzo candidato, una Silvia Salis per esempio, dividesse gli elettori del Pd. Ma per ora al Nazareno sono convinti che non è possibile nessuna delle due ipotesi. Una mano, in questi 3 anni, gliel’ha data Giorgia Meloni, a cui conviene avere lei come avversaria e che, perciò, più volte l’ha trattata da capo della coalizione di centrosinistra. I duelli in Aula, le telefonate in momenti di crisi internazionali, alcuni tentativi legislativi bipartisan, un gioco di non detti che tante volte è stato palese. Ma la corsa di Schlein è ancora lunga, il traguardo lontano. E di mezzo c’è un passaggio, le primarie, che non è affatto scontato.

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