Alessandro Di Battista, “scrittore” (così recita la pagina Facebook, le nostre scuse a Dostoevskij), è prossimo al grande passo: la discesa in campo, una sorta di 1994 ProPal e ultra-antagonista, roba da far sembrare Fratoianni&Bonelli una coppia di notabili dorotei. Starebbe arrivando infatti “il partito di Dibba”, tutto da verificare come catalizzatore di consenso, ma sicuramente ottimo per la prima serata di La7. L’ultimo a rilanciare l’indiscrezione è stato Il Foglio, avvalorandola però con tanto di virgolettato di quella che sarebbe (condizionale non malizioso, fate i bravi) una delle menti della nuova creatura politica: la già pasionaria grillina nonché ministra per il Sud del Movimento, Barbara Lezzi. «Siamo partiti con la raccolta firme, sul resto stiamo ancora valutando, non posso anticiparvi niente. Ci risentiremo». Una conferma indiretta che suona come una minaccia involontaria: il cantiere dibbattesco è aperto, tremano le lobby sioniste e imperialiste e il Grande Satana d’Oltreoceano (sì, la narrazione del nostro è sostanzialmente una variante all’amatriciana di quella del regime degli ayatollah). Anche perché il cantiere formalmente esiste già: si chiama Schierarsi, è l’associazione fondata dall’esule grillino nel 2023 e raduna tutto un cosmo di delusi dal nuovo corso contiano in pochette (si fanno i nomi dell’ex senatrice Elena Fattori, del “commercialista di fiducia del Movimento delle origini” Danilo Puliani) ma annovera anche membri tutt’ora interni al M5S come Virginia Raggi. Come si apprende dal sito, nasce per contrastare «il periodo storico di grande conformismo», assicura mentre rilancia tutte le parole d’ordine del conformismo terzomondista, ultra-filo palestinese, ultra-gretino, invariabilmente anti-occidentale.
Hannoun, Furfaro e compagni: ecco gli "smemorati di Hamas"
Hannoun chi? A sinistra non lo conosce più nessuno. Dopo l’arresto dell’architetto giordano-palestine...Un posizionamento (im)politico oggettivamente affollato, ma su cui in effetti Dibba può giocarsi l’assenza di qualcuno freno inibitorio pseudo-istituzionale, oltre a un paio di (presunti) assi di briscola. Il primo è il magistrato-icona antimafia Nino Di Matteo, che nella recente campagna referendaria ha sposato la linea del collega Gratteri per cui “massoni e mafiosi” avrebbero votato Sì. Ma il vero “sogno” di Di Battista, il nome che gli farebbe scalare in un colpo solo la galassia ProPal nonché piazzare una bella mina dentro il campo largo (che su quella galassia ha scommesso tutto, fino a diventarne l’appendice partitica) è ovviamente Lei, la Madonna Pellegrina delle anime belle contro il genocidio immaginario, Nostra Signora di Gaza: Francesca Albanese. Occhio che qui il gioco si fa duro: la relatrice speciale sui territori palestinesi è stata data a lungo in odor di candidatura con Avs, ma la pista pare raffreddata, anche perché gli Ego ipertrofici già si sprecano dentro la leadership. Bonelli ha recentemente dichiarato: «Abbiamo stima della Albanese ma non stiamo ragionando di candidature, quando sarà il momento lo diremo pubblicamente al Paese».
Alessandro Di Battista, "vado a Sanremo": travolto dagli sfottò
Alessandro Di Battista protagonista… a Sanremo. No, non è l’ultimo colpo di scena dopo la rinuncia a...Il Paese ovviamente ribolle nella spasmodica attesa, ma intanto Dibba potrebbe scippargli la candidata e quindi scavalcarli in purezza antisionista. Analogo problema, peraltro, lo porrebbe il “partito internazionale della Flotilla” ventilato pochi giorni fa dall’attivista della Global Sumud Saif Abukeshek (la realtà supera la fantasia distopica più sfrenata), che alle nostre latitudini pescherebbe nel medesimo mare antagonista. È l’esito della geniale operazione di Elly&Giuseppi: facendo dell’agenda massimalista ProPal il baricentro dell’agenda delle opposizioni, hanno moltiplicato la concorrenza politica a sinistra, relegando il fantomatico “riformismo” a flatus vocis, se non a sinonimo di intelligenza col nemico, quasi una riedizione Woke del “social -fascismo” di togliattiana memoria. Il risultato è stato agevolare l’incubazione di una serie di potenziali Vannacci di sinistra: schegge più o meno scientemente impazzite che se tenute fuori dalla coalizione possono erodere consensi, se inglobate possono respingere ulteriormente la sensibilità moderata e rendere (ancora più) inverosimile la credibilità di governo. E il partito di Dibba è il finale coerente della commedia.




