Matteo Renzi ha perso il treno della popolarità, ma è sempre a bordo della carrozza della politica. Mini nelle urne, è maxi nelle manovre parlamentari. Nel Pd a trazione sinistra è idealmente lontano dai suoi compagni di viaggio, ma la distanza si azzera e diventa vicinanza quando «sminestra» (parola di rigoroso conio renziano) la lotta quotidiana contro Giorgia Meloni, la sua magnifica ossessione.
La vede dappertutto, prossimamente al Quirinale, afferma nel suo gioco quotidiano con i fantasmi. Tra i campo-larghisti Renzi è quello che si è preso il ruolo dello sbattitore libero del governo, è l’ariete (in)volontario di Elly Schlein e del fu nemico Giuseppe Conte. È la metamorfosi, senza Kafka.
Nell’esercitare la sua indiscutibile egemonia rottamatrice, Renzi dice molto e si contraddice tanto. La campagna pubblicitaria di Italia Viva sul 2 per mille ne è un folgorante esempio: «Quando c’era lei i treni arrivavano in ritardo», è lo slogan apparso nelle stazioni ferroviarie. Il tratto è inequivocabile, caratteri del Ventennio e locomotiva dal design futurista, nello sferragliare dei binari, il pensiero corre a Lui, Mussolini, e a Lei, Giorgia. Il mezzo è il messaggio insegna McLuhan, dunque l’ironia non basta a offuscare il significato reale dell’operazione di propaganda: Renzi ha scelto di usare l’argomento del fascismo e dell’antifascismo. Un testacoda dei suoi. Intervistato da La7, il già segretario fiorentino (Renzi, non Machiavelli) ammonì i compagni e fu profeta: «Se volete fare una campagna elettorale contro il fascismo state facendo lo stesso errore che la sinistra ha fatto con Berlusconi: demonizzandola le regalate una caterva di voti».
Correva l’estate del 2022 e sì, la «caterva di voti» arrivò. Quattro anni dopo, Matteo usa la categoria del fascismo contro Giorgia e lo fa non accorgendosi di essere in pesante ritardo rispetto alla carrozza rossa di Bonelli e Fratoianni. Il pendolino fascio-ferroviario corre sempre. Sul binario morto.




