Ufficialmente e costituzionalmente arbitri super partes della storia della nazione italiana, politici sì ma guai a dire partitici nonostante militanze di bandiera o simpatie sotto traccia, i presidenti della Repubblica possono essere tutto tranne che di centrodestra.
L’ultimo tabù, più resistente del Muro di Berlino e meno permeabile della breccia di Porta Pia, come sottolineato da Giorgia Meloni. Una novità del genere sarebbe peraltro anche la riprova di una democrazia matura, senza veti e senza timori, eppure la cifra narrativa di ottanta anni di Repubblica è stata nel senso della continuità di orientamento, con la tollerabilità appena sussurrata per due sole figure di capi dello Stato: Giovanni Leone e Francesco Cossiga, ambedue abbastanza distanti da simpatie di sinistra, ambedue protagonisti di stagioni travagliate anche per la riottosità all’allineamento. Il primo, napoletano, penalista e docente universitario, cattolico e democristiano, nonché allievo di Enrico De Nicola, salì al Quirinale come successore di del segretario del Psdi Giuseppe Saragat la vigilia di Natale del 1971. Ci vollero ben 23 scrutini, e assai probabilmente scontò la sua proverbiale ritrosia a parteggiare o ad aderire alle correnti del suo stesso partito che già nel 1962 l’aveva “bruciato”.
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Di misura si impose su Aldo Moro, e influì il calcolo politico di privilegiare un conservatore dalla sicura abilità di mediazione e di rispetto delle regole e delle istituzioni. Un notaio, più che un presidente della Repubblica, eletto con la Dc spaccata e il sostegno di Psdi, Pri e Pli. Ma da subito si insinuarono strumentalmente i sospetti di un appoggio dei paria del Msi. Leone, peraltro, fu il primo presidente a sciogliere anticipatamente le camere e non reincaricò l’uscente Emilio Colombo varando un monocolore democristiano. Appariva poco e la stampa si interessò alla bellezza di donna Vittoria, la consorte, per la quale non si usava ancora il termine di first lady.
Nel messaggio alle Camere del 14 ottobre 1975 il fine giurista incasellava proposte di piena attuazione della Costituzione, di riforma della pubblica amministrazione e di soluzione dei problemi della giustizia. Nel febbraio 1976 esplose lo scandalo Lockheed sull’acquisto dei quadrimotori americani Hercules C-130 e gli schizzi vennero indirizzati anche contro di lui, col settimanale L’Espresso in prima fila. D’altronde Leone era in origine contrario all’ingresso del Pci nel governo. Anche se la Commissione d’inchiesta ne sancì l’estraneità, non gli venne perdonata la vicinanza e in alcuni casi l’amicizia con alcuni personaggi coinvolti e successivamente condannati.
La campagna contro di lui, che ritenne di non doversi difendere pubblicamente dai continui attacchi da sinistra, portò a una continua delegittimazione della persona e del ruolo che raggiunse l’apice col rapimento di Aldo Moro. Il Partito comunista chiederà ufficialmente la sua testa e la Dc non lo difenderà come avrebbe potuto e dovuto. Il 15 giugno 1978 si dimetterà in diretta tv affermando di aver «servito il Paese con correttezza costituzionale e con dignità morale». La storia lo riabiliterà appieno e, ormai novantenne, i radicali Marco Pannella ed Emma Bonino esprimeranno il proprio rammarico per come era stato trattato.
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Se Leone dovette andarsene per l’ingestibilità della situazione e per dignità, il sardo Francesco Cossiga, che negli anni di piombo come ministro dell’Interno veniva dileggiato dalla sinistra che lo scriveva con la K iniziale e le rune delle SS, scelse di andarsene dopo 54 mesi. Ma prima, nel fatidico 1991, in un messaggio alle Camere illustrò senza troppi giri di parole la situazione istituzionale italiana come ingessata e inadeguata a fronteggiare le sfide del presente e del futuro, esortò a una profonda modernizzazione dello Stato e indicò le linee di azione di riforma costituzionale (che a suo dire bloccava la democrazia), del sistema elettorale e della giustizia con riferimento non casuale al contrasto tra politica e magistratura. Ritornò in argomento nel discorso di fine anno, e le proverbiali picconate al sistema superarono il livello di guardia tollerato dalla sinistra, già protagonista di continui attacchi con un Pds tenacemente alacre.
Sono trascorsi 35 anni e il tempo sembra essere passato invano, come il linguaggio di partito con le accuse di autoritarismo e di derive non democratiche, considerato che il fascismo ogni tre per due non era ancora di moda. Chi tocca la Costituzione e la magistratura si folgora. Nessun tabù ha resistito a questi ottanta anni di Repubblica, tranne quello dell’orientamento politico di designazione della più alta carica dello Stato, che è diventato un totem.




