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Silvia Salis, razzismo ideologico: "La famiglia di sinistra è un vantaggio"

giovedì 2 luglio 2026
Silvia Salis, razzismo ideologico: "La famiglia di sinistra è un vantaggio"

3' di lettura

Silvia Salis è perfetta quando balla in piazza con la dj Charlotte De Witte. Perché in quelle immagini c’era l’incarnazione di cosa è diventata oggi la sinistra “sneaker rosse eppur bisogna andar” (rubo il sottotitolo di un gustoso libricino del sociologo Ivo Germano). Quella sinistra che segue i suggerimenti di Baricco esaltati da un ex capo della Fgci come Pietro Folena: leggere comunitariamente, di notte, Dostoevskji. Ma va bene anche l’aperitivo con la cannuccia di fango di Saturnia col turbante alla Zadie Smith. Silvia Salis è questa roba qua. Quindi, nella sua versione da storiografa in cui esalta il 30 giugno 1960, cioè l’insurrezione contro il Msi e il governo Tambroni che partì da Genova, è convincente tanto quanto Schlein che afferma che solo la destra lotta per il potere (loro, invece, ma che vai a pensare...).

PAROLA DI SINDACA
Ma che ha detto la sindaca? Ha detto che il «30 giugno è un giorno in cui Genova ritrova il suo spirito, la sua anima e ciò che l’ha sempre caratterizzata nella storia». Insomma prima del 1960 la storia di Genova che cosa sarà mai stata? Robetta, quisquilie, povera Superba degradata a capitale dei portuali antifascisti. Ora, va ricordato perché non lo sa quasi nessuno, che i comunisti nel 1960 alimentarono la rabbia e la paura per il congresso del Msi a Genova facendo circolare la fake news secondo cui le assise sarebbero state aperte da Carlo Emanuele Basile, prefetto di Genova durante la Rsi. Si diffuse anche la voce, falsa, che avrebbe partecipato al congresso Junio Valerio Borghese, comandante della X Mas durante la Rsi il quale dal 1956 aveva invece rotto ogni rapporto col Msi giudicando troppo moderata la segreteria di Arturo Michelini. 

Non solo: si invitava la “Liguria partigiana” a insorgere contro la presunta deriva “autoritaria” del governo Tambroni (non vi ricorda nulla, questa storia della deriva autoritaria?), che aveva l’appoggio esterno dei missini. Infatti le agitazioni di piazza proseguirono anche dopo che il congresso del Msi era stato annullato allo scopo di spianare la strada al centrosinistra come di fatto avvenne. Salis ha poi infiorettato il suo discorso con un po’ di razzismo antropologico: «Essere cresciuta in una famiglia di sinistra ti dà un grande vantaggio: imparare ad alimentare negli altri sentimenti positivi, non la paura». Gli sfigati che hanno avuto padri e madri di centro o di destra, invece, hanno avuto un’infanzia infelice secondo la sindaca di Genova. Sarebbero cresciuti in un’atmosfera di paura, di risentimento, di odio, contrapposta alla luminosa pedagogia dei padri comunisti passati dal canto dell’Internazionale ai girotondi per genitore 1 e genitore 2. La data del 30 giugno, in ogni caso, è ormai entrata nell’immaginario antifà come simbolo di una rinnovata resistenza mentre più correttamente fu il momento iniziale di un movimento di insurrezione eversivo: scatenò una guerriglia urbana cui seguirono cortei, agitazioni e mobilitazioni in tutta Italia con morti e feriti.

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LINEA “ENTRISTA”
Nel 1963, guidato da Aldo Moro, nascerà infatti il primo governo organico di centrosinistra. Di ciò Silvia Salis ignora quasi tutto, ma le fa comodo la favoletta della “nobile” insorgenza antifascista contro il congresso missino, i cui delegati, come ebbe a testimoniare Giano Accame, partivano invece per Genova con figli e mogli al seguito per far loro ammirare le bellezze della città e non sospettavano affatto ciò che si sarebbe scatenato di lì a poco. Una ingenuità che costò cara sia a Tambroni sia a Michelini che vide perdente la sua linea “entrista”. Più in generale fu bloccato il processo di normalizzazione democratica della destra missina, cui la sinistra da sempre assegna il ruolo del Leviatano da sconfiggere. Salis è del resto in buona compagnia: la proposta di Giuseppe Conte di chiamare il campo largo “alleanza per la Costituzione” non è che la riedizione dell’ammuffita teoria dell’arco costituzionale da cui la destra deve sempre restare fuori: che sia quella di Meloni o di Salvini o di Vannacci. Per Silvia Salis, dunque, il salto dal dj set techno agli anni Sessanta è stato un attimo. Un attimo di opportunismo e di scarsa memoria.

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