Una mail a un singolo destinatario può andar perduta. A due destinatari, anche. Ma quando l’allarme arriva contemporaneamente a sette persone, è difficile sostenere che nessuno ne fosse al corrente. Antonio Fabbrocini, Roberto R., Roberto U., Alessandra B., Marco L., Giuseppe T. e Simona P.: sono i nomi che compaiono nella catena di posta elettronica con cui Francesca Iacono, avvocato e funzionaria dei Servizi centrali di committenza di Invitalia, solleva il problema dei controlli sulle forniture cinesi. Sette destinatari, tra responsabili e funzionari coinvolti nel circuito amministrativo delle commesse Covid. Sette possibili sentinelle che sono state messe al corrente che qualcosa, in quell’appalto, non va. Nomi che emergono nelle carte dell’inchiesta della Procura di Roma come elemento di riflessione critica, da parte delle Fiamme Gialle, rispetto alle caotiche dinamiche interne alla struttura commissariale, ma che non possono comunque essere destinatari di accuse postume per responsabilità che toccavano piani molto più alti dei loro. E che, seppur estinte sul piano penale, restano intatte a livello politico e operativo.
Mascherine anti-Covid, il giallo dei produttori introvabili o inventati
Un nome sulla scatola dei dispositivi di protezione, un altro (diverso) nel decreto di sequestro del pubblico ministero,...Per quale motivo, dunque, parlarne oggi? Perché una delle linee difensive di Domenico Arcuri e degli altri indagati (poi archiviati) ha sempre poggiato sul carattere imprevedibile dell’emergenza: migliaia di comunicazioni, tempi compressi, decisioni prese sotto la pressione della pandemia e dell’opinione pubblica. Le mail, giurano i diretti interessati, potevano sfuggire. E con esse anche le richieste di verifica della merce da comprare. Ma quella mail del 13 aprile 2020 è la dimostrazione che una giustificazione del genere è debole e inconsistente. Con la lettera di commessa relativa alla Luokai Trade, la Iacono prima riepiloga un’operazione da 600 milioni di mascherine, al prezzo di 0, 49 euro ciascuna, per un totale di 294 milioni, poi accende la luce rossa. «Inoltre», si legge nella missiva elettronica della funzionaria spedita a Fabbrocini e agli altri sei destinatari, » in merito ai requisiti che le società cinesi devono rispettare a partire dal 1° aprile 2020 per l’esportazione di dispositivi ad uso medicale, come da segnalazione dell’Ice (Istituto per il commercio estero, ndr), ti chiedo se stiamo verificando anche tali requisiti prima di procedere con la formalizzazione dell’accordo». Non si tratta di una domanda retorica, non è una segnalazione di ordinaria amministrazione, ma lo snodo che avrebbe potuto cambiare l’esito della più colossale truffa con soldi pubblici della storia recente del nostro Paese.
La normativa cinese MofCom, in particolare, prevede che il produttore figuri nella white-list di Pechino, che lo spedizioniere attesti la conformità della merce e che i dispositivi siano accompagnati dal certificato di registrazione del fabbricante. La Iacono ha ricevuto l’avvertimento dell’Ice e lo ha rilanciato al Rup Fabbrocini (indagato e archiviato) e agli altri. La comunicazione, dunque, non rimane confinata in una corrispondenza a due: circola dentro una platea ampia della macchina commissariale. Ma senza successo, come vedremo. Quando la Guardia di Finanza le chiede che fine abbia fatto quell’alert, la risposta è semplice e disarmante al contempo: «Alla mia segnalazione in merito alla normativa MofCom, faccio presente che non ho avuto ritorni da parte del Rup Antonio Fabbrocini. Non sono in grado di dirvi», replica la Iacono, «se in ordine a tale comunicazione siano stati effettuati dei controlli». E ancora: «Non so dirvi chi si sia occupato dei controlli sui fornitori per le commesse in questione. Preciso», continua la funzionaria Invitalia, «che, successivamente a tali contratti, abbiamo predisposto un format di autodichiarazione che veniva inviato ai fornitori, unitamente ad altri modelli, per la relativa sottoscrizione».
Covid, l’intermediario fantasma: l'ultima ombra sul governo Conte
L’intermediario c’è. Ma non si vede. Non ha un nome, una società di riferimento, una banca di ...Insomma, nella fase iniziale della corsa alle mascherine, sono gli stessi fornitori cinesi a giurare di possedere i requisiti necessari. Un passaggio tutt’altro che neutro per l’inchiesta, perché quelle attestazioni entrano in una procedura costruita per trasformare in poche ore offerte da centinaia di milioni di pezzi in lettere di commessa, come Libero ha già raccontato nei giorni scorsi. Una catena di montaggio dell’emergenza tutta basata sulla (mal riposta) buona fede dei produttori cinesi che hanno potuto arricchirsi grazie a una struttura commissariale distratta e credulona. Quando si dice la fortuna.




