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Delmastro, no all'accesso alle chat. La sinistra insorge: bende, urla, minacce

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mercoledì 5 agosto 2026
Delmastro, no all'accesso alle chat. La sinistra insorge: bende, urla, minacce

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No all'autorizzazione all'accesso alle chat dell'ex sottosegretario della Giustizia Andrea Delmastro con Mauro Caroccia, presunto prestanome del clan Senese. Lo ha deciso l'aula della Camera, a scrutinio segreto, con 206 sì e 133 no alla Relazione della Giunta per le autorizzazioni, approvata a maggioranza, con cui si nega l'autorizzazione, richiesta dalla Procura della Repubblica di Roma, di accedere alla corrispondenza tra il deputato e Caroccia.

La Procura di Roma aveva chiesto di poter acquisire le chat nell’ambito dell’indagine sulla Bisteccheria d’Italia, il locale romano di cui Delmastro era socio con altri esponenti Fdi e la figlia di Caroccia, la 19enne Miriam. I Caroccia sono indagati per riciclaggio e intestazione fittizia di beni, aggravata dall’agevolazione mafiosa. Per i magistrati quel ristorante avrebbe gestito i proventi illeciti del clan Senese.

Caos dopo il voto, con i deputati del M5s che sono scesi dai loro scranni per andare sotto i banchi della maggioranza con i cellulari in alto (la campagna del Movimento #fuorilechat). A quel punto si sono levati urla, proteste e cori e la seduta è stata sospesa.

Intanto, le opposizioni starebbero pensando di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. "Hanno usato un organo di garanzia per aiutare la camorra e difendere un amico di partito. È vomitevole", ha sparato a zero Daniela Torto del M5s. Prima del voto si era espressa anche Elisabetta Piccolotti di Avs: "Nessuno di noi può affermare con certezza che Delmastro non facesse affari con la camorra. Finché non accediamo alle chat, non possiamo saperlo: la maggioranza sta facendo di tutto per impedirlo, è una vergogna assoluta...". E ancora: "Il Procuratore ha scritto nero su bianco che quelle chat sono importanti per accertare i reati, indispensabili non solo per accusare ma anche per difendere gli imputati del processo. Abbiamo di fronte un quadro inquietante in cui la maggioranza non ha niente di meglio da fare che impedire alla magistratura di indagare sulla mafia. Usate un cavillo procedurale per impedire le indagini, di cosa avete paura? Non si può tenere chiusa la scatola". "Noi sosteniamo che non sia possibile chiudere gli occhi agli italiani, non si può bendare l'Italia, aprite la scatola", aveva aggiunto la Piccolotti, mentre i suoi colleghi si bendavano gli occhi per protesta. 

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"In questa vicenda la prerogativa costituzionale non può essere avanzata, la Costituzione riconosce ai parlamentari prerogative essenziali, ma sono garanzie da esercitare con serietà e rigore, non possono diventare scudi che limitano la libertà investigativa. Quello della maggioranza è un errore prima che giuridico, politico: qui si chiede al Parlamento di non impedire alla giustizia di fare il suo lavoro, così si indebolisce la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Un cittadino comune deve sottostare alle regole della legge, e invece legge che la legge per alcuni vale in maniera diversa. L'antimafia è credibile quando diventa comportamento istituzionale", le parole della pentastellata Carla Giuliano.

Dal Pd, ecco invece Gianassi: "Se la Procura, che contrasta la mafia, dice alla Camera che in assenza di quella documentazione si rischia di bloccare un processo contro la mafia, allora la Camera dovrebbe dare il suo parere positivo. Ad aggravare la situazione c'è stata la violazione delle prerogative parlamentari, i documenti depositati alla Giunta non sono stati accessibili. Non mi dilungo sul bluff di Delmastro, che non ci dice delle persone con cui è in società, non si dimette finché non escono le notizie sulla stampa, e poi chiede al suo partito di decidere sulle sue chat. Di fronte a questo scenario, noi dobbiamo dire con grande chiarezza che consentiamo quell'accertamento, dobbiamo dire di sì all'autorizzazione, queste garanzie sono state scritte per tutelare le libertà democratiche dei parlamentari, non per aiutare un parlamentare che diventa socio della figlia appena maggiorenne di un sospettato di mafia, prestanome del clan Senese".