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Conte e Schlein, ormai siamo alle minacce: "Io non mi presto a questo"

di Elisa Calessidomenica 4 ottobre 2026
Conte e Schlein, ormai siamo alle minacce: "Io non mi presto a questo"

4' di lettura

La risposta di Giuseppe Conte all’Elly-pride, ossia al discorso tutto all’attacco pronunciato dalla segretaria del Pd alla direzione del partito, non si è fatta attendere. Nel primo pomeriggio, Conte rilancia, con un post laconico ed eloquente («Chiaro?»), il video di un’iniziativa fatta a Frosinone. Il concetto è semplice e chiaro: non accetterà compromessi. Su nessun punto del programma.

«Avete dato un mandato preciso», scandisce, rivolgendosi direttamente agli iscritti. «Vogliamo cambiare l’Italia. Se non si riesce a cambiare l’Italia e viene fuori un progetto diluito, annacquato, perché poi iniziano i compromessi tra le singole forze politiche, non dobbiamo scontentare gli Stati Uniti e dopo non dobbiamo scontare Bruxelles. E poi non dovremo scontentare le banche, poi non dovremo scontentare i colossi energetici, poi i colossi delle armi. Poi ci verrà detto che dobbiamo mantenere buoni rapporti con Israele». Be’ se è così, «allora io a questo non mi presto».

Ancora: «Ora io ho questo mandato di confrontarmi con le altre forze politiche portando quello che è il frutto della sensibilità raccolta dai cittadini. Siete voi che mi state chiedendo di cambiare il Paese in quel modo lì che avete scritto e che avete votato». Ma se il mandato non si può realizzare, è il ragionamento, tanti saluti.

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Parole che rafforzano il sospetto - di cui tanti dem sono convinti - che Conte non escluda l’ipotesi di correre da solo. Poco dopo, infatti, in un evento dal titolo “Il coraggio della pace. Oltre le guerre. Il futuro nelle nostre mani”, organizzato a Sesto Fiorentino dalla Cgil e da associazioni pacifiste, ribadisce il concetto.

E sul punto che più lo divide dal Pd e dai riformisti: la politica estera. «Non possiamo batterci per un governo progressista continuando a fare la stessa politica estera di Giorgia Meloni». E dunque, «indipendentemente se sarò io o no, mi batterò perché il governo progressista cambi completamente linea di politica estera». E non è un modo di dire. Perché, attenzione, «questo è il tempo delle scelte. Non c’è la possibilità di rimanere ignavi». La politica, ammette, procede per compromessi. Ma «compromesso significa ascoltare le ragioni altrui, non sottrarsi alla responsabilità di scelte chiare».

E se il Pd ha il doppio dei voti del M5S, come ha rivendicato Schlein, lui ha dalla sua la maggioranza degli italiani: «Io porto la ragione del 60-70% della popolazione italiana che sta chiedendo una svolta per quanto riguarda il conflitto russo-ucraino». Una svolta, sottinteso, che solo lui sarebbe in grado di realizzare: perché «questo è il tempo di andare nei summit europei, internazionali, e di dire che le cose così non vanno più bene».

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Schlein ha preferito non replicare: «Ho parlato di questo già lungamente ieri e non ho niente da aggiungere». Il leader del M5, però, senza citare mai la segretaria del Pd, le ha risposto anche sul programma e sulla discussione riguardo ai tempi (chi l’ha fatto per prima, chi ha dovuto aspettare chi): «Noi abbiamo concluso Nova. Anziché chiuderci col gruppo dirigente a scrivere il programma per proporlo e confrontarci con le altre forze politiche, ci siamo affidati alla democrazia partecipativa: 17.000 cittadini in 105 città si sono riuniti in primavera, in tanti mesi hanno creato 2.000 tavoli di lavoro. Abbiamo sintetizzato questo programma, che è più illuminato di qualsiasi governante italiano ed europeo, perché prevede una conferenza internazionale che recuperi lo spirito di Helsinki. Ma è possibile che nessuno lo proponga?».

Ha attaccato anche sull’economia, che «oggi ha il primato sul diritto e la politica. E quindi si è alterato tutto. Quello che oggi vediamo sono guerre per il primato commerciale, economico, per le risorse. L’economia ci detta la linea». Ha poi ricordato i consigli europei a cui ha partecipato da premier («la von der Leyen ha tirato fuori un foglietto per un piano di riarmo, ed in quattro e quattr’otto c’è stato un consiglio europeo», mentre «io ho partecipato a consigli europei dove abbiamo discusso notti e giorni per questioni di minore entità». E di nuovo: «Ma vi sembra normale che, con i salari reali che in Italia sono crollati negli ultimi anni di 8-9 punti, un governo possa deliberare una spesa militare aggiuntiva all’incirca di 14 miliardi?».

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Armi contro salari. Concetti ribaditi da Riccardo Ricciardi, M5S, che ha raccontato come alle tante feste dell’Unità in cui è andato in questa estate ha incontrato «tante persone che mi dicono due cose: state uniti, e sulle armi avete ragione voi. Io non credo che Schlein trovi un militante M5S o Avs che dica che sul riarmo la sua posizione è più giusta della nostra. L’uno vale uno si riferisce ai segretari di partito o ai cittadini o agli elettori?». L’antifona è chiara. La gara per la leadership, nel centrosinsitra, sarà lunga e senza risparmiare colpi.