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Antonio Noto: "Ecco come battere l’astensionismo"

di Pietro Senaldisabato 31 ottobre 2026
Antonio Noto: "Ecco come battere l’astensionismo"

6' di lettura

Direttore, ha deciso di farsi dei nemici nell’ambiente?
«O dei nuovi amici, magari...». Il suo ultimo libro, da ieri in vendita, suona come un calcio in faccia alla politica di oggi e a chi ne tira i fili, i leader dei partiti, senza distinzioni di schieramento...
«Alle ultime Europee, nel 2024, oltre metà degli italiani non ha votato. Alle Politiche del 2022 era comunque restato a casa più di un elettore su tre (il 36.9%). Io spiego le ragioni di questo fenomeno e i segreti per riportare le persone ai seggi. I leader dei partiti potrebbero farne tesoro».

Peccato che da vent’anni a questa parte facciano l’esatto opposto di quanto lei dice...
«È sbagliato pensare che chi si astiene non sia interessato alla politica. La maggior parte in realtà non trova un partito che lo soddisfi. Pensi che anche il 30% di coloro che votano in realtà non si sente rappresentato dalla forza che sceglie. In Italia solo un elettore su tre può definirsi fidelizzato. Un buon 70% di chi vota cambia spesso partito, anche all’interno della medesima coalizione».

E chi è interessato in politica ma ciononostante si astiene?
«In realtà la sua è una forma di protesta: vuol punire i politici. La svalutazione degli astenuti è un grave errore».

Il signore dei sondaggi ha dedicato le sue fatiche estive all’unica forza elettorale in costante crescita: l’astensionismo. Nel suo libro, Il partito che non c’è (Baldini e Castoldi, 20 euro) disegna le caratteristiche di una forza politica che ha un potenziale elettorale del 65%. «Tutto sta nel saper coinvolgere il cittadino», ammonisce il sociologo e fondatore dell’istituto demoscopico Noto Sondaggi. «E il segreto non è colmare un vuoto, ossia rispondere a una domanda senza risposta che però già c’è, ma riuscire a progettare una novità, ovverosia saper creare nuove esigenze». Come fare? «Meno leadership e più squadra, meno creazioni elettoralistiche e più progetto di lungo periodo, meno scena e più territorio», sono i consigli dell’esperto. Perché, è questo il verdetto amaro, «la politica non si è evoluta; anzi, negli ultimi anni i partiti hanno subito un’involuzione: si occupano degli elettori solo quando il voto si avvicina, sono incapaci di creare un legame con il cittadino, o disinteressati a farlo».

Direttore, ci regali la formula magica per creare il partito che non c’è che sbaraglierà tutti nel 2027...
«Innanzitutto un partito del genere richiede un processo di anni e non deve essere finalizzato a vincere le prossime elezioni: bisogna lavorare sulla credibilità di lungo periodo».

D’accordo: ma cosa vogliono gli italiani che voterebbero il partito che non c’è?
«Vogliono un progetto e una squadra. Il leader ci dev’essere, ma dopo, e dev’essere intercambiabile, un po’ come i segretari della Democrazia Cristiana: così che, se per qualsiasi ragione, il capo stufa o perde credibilità, non viene giù tutta la costruzione».

Mi sembra che tocchi il problema delle classi dirigenti inadeguate dei partiti?
«Certo. L’elettore richiede competenza. Vorrebbe politici che sente superiori a lui, più competenti. L’uno vale uno è stato uno slogan che ha pagato negli anni del furore anti-casta ma fa perdere credibilità e voti».

Si parla spesso di distanza tra classe politica ed elettorato: è un problema reale?
«È il problema. L’elettore del partito che non c’è rimpiange i partiti che coltivavano il territorio, capaci di creare un legame sentimentale con i cittadini. Le formazioni politiche di oggi sono avvertite come chiuse e non coinvolgenti».

Nostalgia di Prima Repubblica?
«Questo no. Basterebbe dare conto sistematicamente del proprio operato una volta eletti. Il cittadino vorrebbe essere coinvolto ni processi politici, non lasciato fuori una volta che è uscito dall’urna».

È mai esistita una forza che ha le caratteristiche del Partito che non c’è?
«Lo era il Movimento Cinque Stelle, variabile impazzita della politica, capace di attingere tanto nell’elettorato di centrodestra quanto in quello di centrosinistra».

È finito tutto quando è andato al governo...
«Il motivo del successo è stata anche la ragione del declino. M5S ha avuto il fiuto del tempo e la capacità di unire l’elettorato, ma ha fallito nel tenerlo aggregato, perdendo la componente di centrodestra. Poi non è stato capace di creare una squadra: prima Grillo, poi Luigi Di Maio, ora Giuseppe Conte».

Conte le direbbe che con Nova lui ha sondato i suoi elettori e costruito insieme la proposta...
«Sono operazioni spot, che durano una settimana. Io parlo di ben altro».

Anche Matteo Renzi forse, per un tratto, è stato in grado di creare il Partito che non c’è?
«È stato forse il primo a farlo, quando ottenne il 41% alle Europee del 2014, votato anche da molti simpatizzanti di centrodestra. Era stato bravissimo nel riposizionare il Pd in una logica di rottamazione e cambiamento».

Poi fatale fu il referendum del 2016?
«No, l’errore c’era già stato». E quale fu? «Formare il Partito che non c’è con il marchio del Pd, il che sviluppò una serie di conflitti tra i dem che possiamo vedere ancora oggi».

Avrebbe dovuto fare il famoso Partito della Nazione, come si vocifera gli avesse prospettato Silvio Berlusconi?
«Forse sì. La fondazione di Italia Viva è stata tardiva, e condita da un sapore personalistico di rivalsa».

Una parte di Forza Italia sembra ancora oggi vedova di quel progetto...
«Forza Italia oggi ha due anime. Una più conservatrice, che vorrebbe continuare così, nel solco tracciato dal leader Berlusconi. E un’altra, che per gli strani giochi della politica pare ispirata anche dagli eredi del Cavaliere, che ambisce a cambiare punti di visione e progetti. Ma è un processo ancora in incubazione, forse eterna».

Più ci ragioniamo, più questo Partito che non c’è mi ricorda tanto quello che c’è stato e ha governato l’Italia per quarant’anni...
«Forse ha ragione. La Dc era un consorzio nel quale convivevano l’anima progressista e quella conservatrice. Non era né di destra né di sinistra, ma partendo da una base religiosa, che oggi ha impatto zero sull’elettorato, riusciva a portare avanti un progetto sociale con punte di liberalismo, senza un posizionamento ideologico».

I vari centrini di oggi non ne sono un degno erede...
«Quello di centro potenzialmente rappresenta il 18% dell’elettorato. Ma dirsi di centro serve a marcare la presenza e avere spazio in tv e nei giornali, non rispondere alle esigenze dei cittadini.
Porta visibilità, non consenso».

Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, l’esperimento di Alessandro Onorato, + Europa sono quindi destinati al flop?
«Pensano di costruire il Partito che non c’è ma non hanno gli elementi culturali e politici per farlo».

Carlo Calenda però ci ha provato, ha un progetto...
«Vede, mi fa la domanda su Calenda e non su Azione, che è il suo partito. Quando dico che la squadra è indispensabile...».

Fratelli d’Italia è o potrebbe ambire a essere il partito che lei ha in mente?
«Noi sondaggisti lo diamo tra il 27 e il 29%: se fosse percepito come una forza di destra tout court non arriverebbe al 10. Fdi ha avuto degli elementi del Partito che non c’è, soprattutto nella capacità di aggregare l’elettorato ma il processo non si è compiuto perché è ancora una forza completamente leaderistica, trascinata dalla credibilità e dalle capacità di Giorgia Meloni. Un giorno questo potrebbe rivelarsi una debolezza».

Parliamo dell’uomo che sta sfidando Meloni nel suo campo: Roberto Vannacci?
«Ho scritto il libro a inizio estate, quando Futuro Nazionale era in crescita e sfiorava il 9%. Oggi è al 5,6 ma la risposta è nelle mie pagine. Il generale colma un vuoto, che è la richiesta di più sicurezza, fa concorrenza al centrodestra ma non ha una proposta politica diversa. E poi è monotematico».

Si sgonfierà ancora?
«Non credo che scenderà al 2-3%, però non avrà un’esplosione sul modello Afd».

Divaghiamo: ma le primarie possono essere la base per costruire un Partito che non c’è?
«Assolutamente no, ne sono l’antitesi. Sono divisive. Queste poi saranno all’ultimo sangue e creeranno una conflittualità enorme destinata a non spengersi».

Dove ha fallito Elly Schlein?
«Al grande entusiasmo seguito alla sua elezione non è seguita la ricerca di un progetto politico, al di là del testardamente unitaria».

La difesa della Costituzione non lo è?
«Gli italiani non sono contrari a cambiare la Costituzione, laddove non è più moderna e funzionale. Basta che lo si faccia per ragioni pratiche e non ideologiche».

Perché a sinistra non può nascere un Partito che non c’è oggi?
«Non può nascere oggi perché il Partito che non c’è ha come caratteristiche indispensabili essere positivo, propositivo e innovativo. Il campo largo è negativo, conservativo e difensivo. Essere anti come punto uno del programma non è un progetto politico vincente: le elezioni non sono come i referendum».

Ma quale sarebbe il programma di questo fantomatico partito?
«Nel mio libro elenco 18 punti chiave. Ma non posso spoilerare tutto...».