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Coronavirus, Matteo Bassetti: "Il virus ha perso forza. E un farmaco fa sperare"

Gianluca Veneziani
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Il virus è un nemico molto meno temibile. Eppure oggi il nostro Paese riparte col freno a mano tirato, a causa di un governo che manca di coraggio e infonde paura. Per proiettare uno sguardo ottimistico sul domani conviene lasciar perdere i menagramo e sentire le parole di Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive presso l' ospedale San Martino di Genova.

Professor Bassetti, in Italia calano contagi e ricoveri in terapia intensiva. Il virus è diventato più innocuo?
«Sicuramente ha perso velocità di trasmissione. A marzo questo virus, per quantità di contagi e vittime, era uno tsunami. Ora è diventato un' ondina, trasformandosi in quella che in Liguria chiamiamo bulesemme, una brezza movimentata. Dobbiamo capire se abbia perso anche forza: a metà marzo molti contagiati rischiavano di morire già in ambulanza. Ora non più. Forse è perché il virus ha già colpito i soggetti più fragili, facendo una selezione naturale. O forse si è depotenziato. Non ci sono dati scientifici, ma è un' impressione condivisa da molti infettivologi».

L'indice di contagio, l' R0, è già sotto l'1. Possiamo dirci fuori dall'epidemia?
«È evidente che siamo in una fase di discesa della curva. Tra metà maggio e inizio giugno dovremmo poter considerare concluso questo focolaio epidemico».

Quali fattori hanno consentito tale risultato?
«La cosa che ha influenzato di più è stata il distanziamento sociale. Anche nelle terapie sui pazienti sono stati fatti passi avanti, ma dovremo utilizzare la fase 2 per studiare quali farmaci siano efficaci, facendo una specie di eliminatorie: ossia mettere a confronto due farmaci alla volta e verificare quale funzioni meglio. In ogni caso è fondamentale che venga sentito il parere di chi ha visto il virus in faccia: rianimatori, anestesisti, medici di pronto soccorso. Abbiamo avuto troppi teorici e pochi clinici nelle task force. Sarebbe il momento di cambiare».

 

Con questa situazione tenere molte attività lavorative chiuse è un errore?
«Se i numeri sono questi, credo che si possa davvero ripartire, valutando la diversità di situazioni tra regione e regione. In più bisognerebbe considerare cosa fanno gli altri Paesi. In Olanda le scuole riaprono l' 11 maggio e molte attività produttive non si sono mai fermate. Lo stesso giorno in Francia riaprirà quasi tutto. Loro ripartono, noi siamo fermi».

Autobus sì, negozi no. Funerali sì, messe no. A livello sanitario e logico le sembrano misure sensate?
«Quando si vuole regolamentare troppo, si rischia di entrare in contraddizione. Bisognerebbe dare delle regole generali, non disciplinare ogni attività. Basterebbe dire: c' è bisogno di un tot di metri di distanza in qualsiasi luogo, che sia una chiesa o un supermercato non importa».

Secondo il comitato tecnico scientifico, riaprendo tutto, a giugno i ricoveri in terapia intensiva potrebbero arrivare a 151mila.
«Mi pare evidente che quei numeri siano troppo grossi, sovrastimati. Sarebbero stati esagerati anche nel periodo iniziale, quello dello tsunami. Ma i modelli matematici sono così. A volte non ci azzeccano».

Così il governo non rischia di fare solo terrorismo psicologico?
«In realtà la popolazione è già terrorizzata e ci vorranno molti anni per uscire dal vicolo cieco della paura. Anche da parte dell' Oms e di altri colleghi c' è stata una gara a dare cattive notizie. Sull' immunità ad esempio si è sottolineato il fatto che non sappiamo quanto duri. E invece si poteva evidenziare il messaggio che ragionevolmente tutti i guariti diventano immuni».

L'app Immuni servirà?
«Sarebbe fantastico avere un' app che tracci i contatti di ogni contagiato. Il problema è che, affinché sia efficace, essa dovrebbe essere obbligatoria e non volontaria. Se io monitoro solo il 60% dei cittadini, è verosimile che in quel 40% mancante ci siano migliaia di contagiati. Così lo sforzo di tracciamento diventa vano».

Giusto invece indossare sempre mascherine?
«Sì, ma solo quando non si può mantenere il distanziamento sociale. Inviterei i cittadini a ricorrere a quelle chirurgiche, in modo da lasciare FFP2 ed FFP3 al personale sanitario. Eviterei invece barriere in plexiglas nei ristoranti. Non mi sembra una misura di buon senso».

 

Il virus potrà estinguersi prima che venga trovato il vaccino?
«Non credo, dovremo conviverci per anni. In ogni caso, se manteniamo un atteggiamento responsabile, non dovremmo avere altri disastri. Potrebbero sorgere micro-focolai, con poche persone infettate. È vero, il caldo non ammazzerà il virus, ma il contagio in autunno dovrebbe ripresentarsi in versione ridotta».

Che responsabilità ha avuto la comunità scientifica nel creare confusione?
«Tutti noi abbiamo fatto previsioni sbagliate in buona fede. Ma bisogna riconoscere che all' inizio ci siamo basati su dati che arrivavano dall' altra parte del mondo, articoli scientifici cinesi che spesso erano incompleti o non veritieri. Per quanto mi riguarda, ho subito attacchi indecorosi da parte di molti colleghi per aver detto a febbraio che il tasso di letalità del virus era molto basso. Ora dovrebbero darmi ragione: le stime sui contagi reali confermano che questo virus ha un' altissima contagiosità ma una letalità inferiore all' 1%. Inoltre molte vittime positive al tampone sono morte con il coronavirus ma non di coronavirus».

Lei è stato tra i primi a sperimentare in Italia il Remdesivir, il farmaco anti-Ebola, per la lotta al Covid. Uno studio cinese lo ha bocciato, mentre negli Usa sta dando ottimi risultati. Chi ha ragione?
«Negli ultimi due mesi la letteratura scientifica ha prodotto lavori eccezionali ma anche spazzatura. C' era talmente tanta voglia da parte delle riviste di pubblicare un articolo sul Covid che spesso sono stati tirati fuori studi mediocri. Quello cinese è tra questi: hanno provato a dimostrare l' inefficacia del Remdesivir prima di raggiungere il numero di pazienti previsto dallo studio. Viceversa in America Anthony Fauci ha dimostrato, testando il Remdesivir su 1000 pazienti, che questo farmaco riduce mortalità e giornate di ospedalizzazione. Noi al San Martino lo abbiamo utilizzato già a fine febbraio, somministrandolo a 5 persone, tutte guarite. E ora c' è la speranza che l' Aifa e l' azienda che produce il farmaco, la Gilead, inseriscano il nostro tra gli ospedali italiani che possono continuare a sperimentarlo».

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