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Geni o stile di vita? Un nuovo metodo promette di rendere più affidabili gli studi sulla salute

di Paola Natalilunedì 6 luglio 2026
Geni o stile di vita? Un nuovo metodo promette di rendere più affidabili gli studi sulla salute

3' di lettura

Quando uno studio afferma che un determinato stile di vita, un’abitudine o una condizione sociale aumenta il rischio di una malattia, la domanda è sempre la stessa: è davvero una relazione di causa-effetto oppure entrano in gioco anche i geni? Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista PNAS propone uno strumento innovativo per rispondere con maggiore precisione a questo interrogativo, rendendo gli studi epidemiologici più affidabili. Gli studi osservazionali sono tra gli strumenti più utilizzati in medicina, psicologia e salute pubblica. Analizzano grandi gruppi di persone per individuare possibili collegamenti tra fattori come alimentazione, attività fisica, istruzione, reddito o abitudini quotidiane e il rischio di sviluppare determinate malattie. Tuttavia, questi studi hanno un limite importante: non sempre le associazioni osservate indicano un vero rapporto di causa ed effetto.

Uno dei problemi più difficili da affrontare è il cosiddetto “confondimento genetico”. In pratica, alcune caratteristiche genetiche possono influenzare contemporaneamente sia un determinato comportamento sia una malattia. In questi casi, il rischio è attribuire all’ambiente o allo stile di vita un effetto che, almeno in parte, dipende invece dal patrimonio genetico. Per ridurre questo problema, negli ultimi anni gli scienziati hanno utilizzato i cosiddetti punteggi poligenici, strumenti che stimano la predisposizione genetica di una persona sulla base di migliaia di varianti del DNA. Tuttavia, questi sistemi presentano alcuni limiti: richiedono enormi banche dati genetiche e possono essere meno accurati quando vengono applicati a popolazioni diverse da quelle in cui sono stati sviluppati.

La novità dello studio pubblicato su PNAS è un metodo alternativo che utilizza una “matrice di parentela genetica”. In termini semplici, invece di basarsi esclusivamente su stime della predisposizione genetica, il nuovo approccio misura direttamente quanto due individui siano geneticamente simili e utilizza questa informazione per distinguere meglio gli effetti dei geni da quelli dell’ambiente. Secondo gli autori, il metodo si è dimostrato particolarmente efficace nei database di dimensioni intermedie, molto comuni nella ricerca medica e nelle scienze sociali ma troppo piccoli per sfruttare al meglio le tecniche genetiche tradizionali. Questo potrebbe rappresentare un importante passo avanti soprattutto per lo studio di malattie rare, popolazioni poco rappresentate o gruppi etnici finora poco inclusi nella ricerca genomica.

Per verificare l’efficacia del nuovo sistema, i ricercatori lo hanno testato anche utilizzando i dati della UK Biobank, una delle più grandi raccolte di informazioni sanitarie e genetiche al mondo. I risultati mostrano che il metodo riesce a ridurre il rischio di individuare false associazioni tra fattori sociali e condizioni di salute, offrendo analisi più robuste rispetto agli approcci attualmente disponibili. Le implicazioni potrebbero essere rilevanti. Comprendere con maggiore precisione quanto incidano i fattori genetici e quanto quelli ambientali significa migliorare la qualità delle ricerche scientifiche e, di conseguenza, delle strategie di prevenzione. Identificare i veri fattori di rischio permette infatti di progettare interventi sanitari più efficaci e politiche di salute pubblica meglio mirate. Gli stessi ricercatori sottolineano che il nuovo metodo non sostituisce gli studi genetici tradizionali, ma li integra, offrendo una soluzione preziosa quando non sono disponibili enormi database genomici. In altre parole, rappresenta un nuovo strumento statistico che aiuta a leggere con maggiore accuratezza i dati, evitando di confondere il ruolo dei geni con quello dell’ambiente. Pubblicato sulla rivista PNAS, lo studio apre quindi nuove prospettive per l’epidemiologia e la medicina di precisione, con l’obiettivo di rendere la ricerca sempre più accurata e affidabile. Perché capire davvero da cosa dipende una malattia è il primo passo per prevenirla in modo efficace.