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Perché cadono i capelli? La scoperta che svela il "doppio colpo " che scatena attacco autoimmune

di Paola Natalimercoledì 7 ottobre 2026
Perché cadono i capelli? La scoperta che svela il "doppio colpo " che scatena attacco autoimmune

5' di lettura

Un nuovo studio pubblicato su Nature potrebbe aiutare a capire perché, in alcune persone, il sistema immunitario finisca per attaccare i follicoli dei capelli provocandone la caduta. Secondo i ricercatori, all'origine del problema potrebbero esserci due condizioni che si verificano insieme: da una parte un sistema immunitario che perde parte dei suoi freni naturali e dall'altra un segnale proveniente dai nervi della pelle che rende il follicolo più vulnerabile. Per chi soffre di alopecia autoimmune, la domanda più difficile spesso è anche la più semplice: perché il sistema immunitario, che dovrebbe difendere il nostro organismo, a un certo punto decide di attaccare proprio i follicoli dai quali crescono i capelli? La risposta non è mai stata semplice, perché dietro alla perdita dei capelli possono esserci molti fattori diversi e, quando entra in gioco un meccanismo autoimmune, non basta spiegare il problema dicendo che le difese dell'organismo “sbagliano bersaglio”. Bisogna capire che cosa faccia partire quell'errore e perché, in determinate condizioni, il follicolo diventi improvvisamente vulnerabile.

Un nuovo studio pubblicato su Nature prova a ricostruire proprio questa sequenza di eventi e propone un'idea interessante: l'alopecia autoimmune potrebbe svilupparsi quando si verificano contemporaneamente due condizioni che, prese singolarmente, non sarebbero sufficienti a provocare la malattia. Da una parte il sistema immunitario perde una parte dei suoi meccanismi di controllo, dall'altra il follicolo pilifero riceve determinati segnali dal sistema nervoso che lo rendono più esposto all'attacco delle cellule immunitarie. Il primo elemento riguarda alcune cellule del sistema immunitario chiamate linfociti T regolatori, o Treg, che hanno un compito molto importante: impedire alle nostre stesse difese di diventare eccessivamente aggressive e attaccare i tessuti sani. Quando questi “freni” vengono a mancare o funzionano meno bene, aumenta la possibilità che il sistema immunitario reagisca contro ciò che normalmente dovrebbe tollerare.

Ma, secondo lo studio, questo non sarebbe sufficiente da solo a provocare la perdita dei capelli. I ricercatori hanno infatti osservato che il momento in cui viene meno questa protezione sembra essere fondamentale, perché il follicolo non è sempre nello stesso stato durante il suo ciclo di vita: quando il capello sta crescendo, le cellule del follicolo attraversano una fase di intensa attività e ricevono anche segnali diversi da quelli presenti durante la fase di riposo. Ed è proprio durante questa fase di crescita che entra in gioco il secondo elemento della storia, cioè il sistema nervoso. I ricercatori hanno scoperto che i nervi simpatici presenti nella pelle diventano più attivi mentre il follicolo è impegnato nella crescita del pelo e rilasciano maggiori quantità di noradrenalina, una sostanza che permette alle cellule nervose di comunicare tra loro e con i tessuti che le circondano.

Questa sostanza agisce sui follicoli attraverso un recettore chiamato ADRB2 e, secondo gli esperimenti condotti sui topi, può modificare lo stato delle cellule del follicolo e attivare alcuni elementi del DNA che normalmente rimangono silenziosi. Tra questi ci sono i cosiddetti retrovirus endogeni, antichi frammenti di materiale genetico di origine virale che sono entrati nel nostro DNA milioni di anni fa e che oggi fanno parte del patrimonio genetico umano. Normalmente queste sequenze vengono tenute sotto controllo e rimangono inattive, ma quando vengono riattivate possono essere interpretate dalla cellula come un segnale di pericolo. È proprio questo passaggio che sembra avere un'importanza decisiva nel meccanismo descritto nello studio, perché l'attivazione di queste sequenze può provocare una risposta infiammatoria e attirare l'attenzione del sistema immunitario.

A questo punto entra in gioco un'altra proteina, chiamata AIM2, che partecipa alla risposta dell'organismo alla presenza di segnali considerati pericolosi. Nei modelli sperimentali studiati dai ricercatori, questa risposta favoriva il coinvolgimento dei linfociti T CD8+, cellule del sistema immunitario capaci di riconoscere e attaccare altre cellule, comprese quelle presenti nel follicolo pilifero. Il quadro che emerge è quindi quello di una sorta di combinazione: il sistema immunitario ha perso parte della sua capacità di tenere sotto controllo una risposta autoimmune e, nello stesso momento, i segnali provenienti dai nervi modificano il follicolo rendendolo più facilmente riconoscibile come bersaglio. Quando questi due fattori si incontrano, può partire una reazione che danneggia le cellule del follicolo e porta alla caduta del pelo.

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è che gli scienziati sono riusciti a intervenire su alcuni passaggi di questo processo. Quando hanno ridotto l'attività dei nervi simpatici, gli animali risultavano protetti dallo sviluppo della malattia; al contrario, aumentando artificialmente l'attività nervosa, il follicolo poteva diventare più vulnerabile anche in condizioni nelle quali normalmente non avrebbe sviluppato la stessa risposta autoimmune. Questo risultato potrebbe far pensare immediatamente allo stress, perché il sistema nervoso simpatico è coinvolto anche nelle risposte dell'organismo alle situazioni stressanti, ma gli autori invitano a non confondere i due concetti. Lo studio non dimostra che essere stressati faccia venire automaticamente l'alopecia e non significa che chi perde i capelli per una causa autoimmune debba attribuire il problema allo stress. Quello che la ricerca suggerisce è piuttosto che i segnali nervosi possano contribuire a creare, in determinate condizioni, un ambiente nel quale il sistema immunitario diventa più facilmente capace di attaccare il follicolo.

La scoperta potrebbe avere conseguenze interessanti anche per la ricerca di nuove terapie, perché se si riesce a interrompere uno dei passaggi della catena prima che l'attacco autoimmune provochi danni importanti, almeno in teoria si potrebbe impedire o ridurre la perdita dei capelli. Negli esperimenti descritti nello studio, per esempio, intervenire su AIM2 oppure bloccare alcuni dei processi legati all'attivazione dei retrovirus endogeni proteggeva gli animali dall'insorgenza della malattia. Siamo però ancora lontani da una terapia disponibile per le persone. Il lavoro è stato condotto principalmente sui topi e non dimostra che nell'uomo l'intero meccanismo funzioni nello stesso identico modo; prima di poter pensare a un trattamento sarà quindi necessario verificare quali parti di questo processo siano realmente presenti anche nei pazienti e soprattutto capire se sia possibile intervenire in modo selettivo senza interferire con le normali funzioni del sistema immunitario e del sistema nervoso.

Il valore dello studio sta comunque nel fatto che mette insieme due mondi che spesso vengono studiati separatamente: quello dell'immunità e quello del sistema nervoso. Per molto tempo, quando si cercava di capire una malattia autoimmune, l'attenzione si concentrava soprattutto sulle cellule immunitarie responsabili dell'attacco, mentre questa ricerca suggerisce che anche il tessuto che viene colpito e i segnali che riceve dall'esterno possono contribuire a decidere se quell'attacco avverrà oppure no. Il follicolo pilifero, insomma, non sarebbe soltanto una vittima passiva dell'attacco immunitario, ma potrebbe attraversare una fase nella quale diventa più vulnerabile proprio a causa dei segnali che riceve dall'organismo. E se questa interpretazione verrà confermata anche nell'uomo, potrebbe cambiare il modo in cui gli scienziati pensano all'alopecia autoimmune, perché per intervenire sulla malattia potrebbe non essere sufficiente cercare di spegnere la risposta immunitaria: potrebbe essere necessario anche impedire che il follicolo riceva quei segnali che lo trasformano, almeno temporaneamente, in un bersaglio.

Per ora la ricerca non offre ancora una soluzione definitiva a chi soffre di alopecia, ma aggiunge un tassello importante alla comprensione di una malattia che può avere conseguenze molto pesanti anche dal punto di vista psicologico. Il risultato più interessante è forse proprio l'idea del “doppio colpo”: un sistema immunitario meno controllato da una parte e un follicolo reso più vulnerabile dai segnali del sistema nervoso dall'altra. Quando le due condizioni si incontrano, il meccanismo autoimmune può prendere il via.  Capire esattamente come avviene questo incontro potrebbe essere il primo passo per trovare, in futuro, un modo più preciso per interromperlo.