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Il "Libro della giungla"? Se oggi perfino nella foresta sono tutti fluidi

Marco Rocchi
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Prima o poi doveva succedere. Anche Mowgli, il protagonista del Libro della giungla ha cambiato sesso ed è diventato una bambina. Lo stupefacente fatto, già noto nel continente, in Italia si è manifestato per la prima volta in questi giorni al Teatro Argentina, in occasione del Roma Europa Festival dove è andata in scena la prima nazionale di Jungle Book reimagined, opera mista tra balletti e recitazione psichedelica (animata per lo più da voci fuori campo) giudicata unanimemente dalla critica come una storia certamente non adatta ai bambini.

Se ogni traduzione, secondo gli stessi scrittori, corrisponde a un tradimento, figuriamoci cosa possa essere una riscrittura basata su politically correct sessuale, allarmismo ambientalista e dosi industriali di pessimismo d’artista. Perché esattamente questi sono gli ingredienti che hanno trasformato una favola bella, piena di riflessioni e buone intenzioni (i famosi finali alla Esopo) in un allarmante, fosco panorama nel quale la piccola Mowgli alla fine torna tra i suoi simili quasi come una moderna Noè, chiamata a salvare un’umanità prossima (se non già dentro) un diluvio.

 

 

 

Autore di questo cambio radicale (oltre che del sesso del protagonista della intera rilettura del capolavoro di Rudyard Kipling) è Akram Khan, regista, coreografo anglo bengalese, uno dei più celebri e rispettati artisti della danza di oggi. Tra le sue collaborazioni attrici come Juliette Binoche, la cantante Kylie Minogue... A fianco a lui hanno lavorato alla riscrittura o meglio alla “reimmaginazione” del Libro della Giungla, la drammaturga Sharon Clark e lo scrittore Tariq Jordan. Un trio riuscito nell’impresa di rendere un’opera nata per i più piccoli, una sorta di cupo romanzo post-apocalittico. Parole lette sulla stampa inglese, anche progressista.

Lo spettacolo inizia con una Mowgli lasciata, assieme alla sua famiglia, aggrappata a una zattera prima che venga gettata in mare e trovata da animali che hanno preso il controllo del pianeta ormai abbandonato, con elefanti e giraffe fuggiti dagli zoo, scimmie da laboratorio che tornano nei luoghi a loro più consoni. Praticamente una rivoluzione in cui la civiltà umana è del tutto nemica e parzialmente già sepolta dalle acque. D’un tratto, infatti, tra la nebbia, compare anche una parvenza di Torre Eiffel.

 

 

 

Gli animali sono indefiniti, anch’essi velati e confusi, volutamente antropomorfi. Un po’ come se la natura avesse domato e posseduto definitivamente l’uomo. La cui testimonianza resta solo in mano a questa giovane ragazza, Mowgli. Che, evidentemente, agli occhi del trio regista-drammaturga-scrittore non poteva proprio essere un maschio perché evidentemente per i maschietti (che pure a ben vedere il peccato originale l’hanno subito) nella nuova versione apocalittica del Libro della Giungla non può esserci spazio né speranza alcuna, se non quella di recitare nelle parti delle fiere. E Khan di tanta cupezza è convinto fino in fondo, tanto da scrivere nella nota riservata agli spettatori: «Stiamo vivendo tempi incerti, non solo perla nostra specie ma per tutte quelle che popolano questo pianeta.

La causa principale di questa incertezza nasce dall’aver dimenticato la connessione con la nostra casa, il nostro pianeta. Tutti ne prendiamo qualcosa e tutti ci costruiamo sopra, ma abbiamo dimenticato di ricambiarlo con il nostro rispetto». Il messaggio subliminale, anche qui, è il “fate presto” che sempre di più risuona, più o meno legittimamente, in questi confusi anni. Un appello che, però, rischia di perdere il suo obiettivo principale, quello di dar vita a una favola contemporanea, se allo spettatore non si dà di fatto modo di uscire dal mood della tragedia incipiente in cui forse l’unica possibilità per questi poveri umani, è quella di farsi divorare dalla tigre. Per farla finita definitivamente con un finale alternativo e da bollino rosso. 

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