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Sanremo 2026, poco show, canzoni così e nessuna risata: perché il Festival è moscio

I brani sono troppi e scarsi, manca il cazzeggio, il conduttore ha troppa fretta: i motivi per cui quest’edizione sta faticando
di Fabrizio Biasingiovedì 26 febbraio 2026
Sanremo 2026, poco show, canzoni così e nessuna risata: perché il Festival è moscio

3' di lettura

Non ci siamo. E non è una questione di numeri. Oddio, anche di quelli se è vero come è vero che la prima serata del Festival 2026 ha totalizzato 9.600.000 spettatori con il 58% di share, ovvero circa 3 milioni e oltre 7 punti percentuali in meno rispetto a un anno fa. Carlo Conti in conferenza dice: «Sono molto soddisfatto, mi aspettavo il 55% e comunque avrei dovuto battere il me stesso del 2025», ma sembra la difesa strenua di una squadra faticosamente arroccata nella sua area.

E comunque, dicevamo, non è una questione di numeri, ma di percezione, commenti, considerazioni fatte nel mondo reale più che nella sala stampa dell’Ariston. Questo Festival non ha ingranato, non è nemmeno difficile capire perché è proviamo a spiegarlo con la doverosa serenità (stiamo pur sempre parlando di un prodotto che incolla dieci milioni di connazionali) e l’affetto di chi spera che in futuro vengano apportati i giusti correttivi. Sotto con la predicozza, snocciolata per punti.

1) Ci sono troppe canzoni. Tantissime. E francamente non è nemmeno una questione di “quante sono”, ma di “cosa sono”, perché se mi proponi 30 Imagine me le ascolto volentieri e mi lecco i baffi, son mica pirla. Qui però di Imagine non ne abbiamo sentita manco mezza e, anzi, troppi brani sono destinati a non lasciare il benché minimo segno. E stiamo parlando di almeno la metà degli iscritti in gara. Se il pezzo più chiacchierato, quello che ha generato un minimo di emozioni è quello di Sal Da Vinci, significa che lui è stato bravissimo, ma che a livello di proposta musicale abbiamo fatto un salto indietro di almeno dieci anni.

2) Che poi è un 1 bis. Negli ultimi anni all’Ariston abbiamo sentito Mahmood, Mengoni, Blanco, abbiamo visto vincere i Maneskin prima che prendessero il volo. Si dice sempre “la musica deve essere al centro del Festival” ma ha senso solo se si tratta di grande musica, altrimenti diventa perdibile. E stufa chi la ascolta.

3) Se “la musica non c’è” (cit.) allora devi riuscire a compensare con lo show, mi devi appagare con un altro tipo di emozioni, argomenti, brividi di qualche genere. Questo Sanremo - ma già quello di un anno fa - ha scelto di rinunciare a una componente fondamentale per centrare l’obiettivo: il cazzeggio. Badate bene, non stiamo parlando di costosi ospiti internazionali dei quali ci frega nulla, ma di qualche comico emergente e fuori di testa, qualche comunicatore importante, qualcuno o qualcosa capace di sorprenderci. L’altra sera il momento più frizzante lo ha portato una signora di 106 anni e per un attimo siamo arrivati a rimpiangere gli agghiaccianti monologhi che, quantomeno, facevano discutere assai.

4) Le polemiche sono strumento essenziale del Festival, lo sanno pure i sassi. Baudo, giustamente celebrato in questi giorni, fingeva di scansarle e in realtà le abbracciava come figlie predilette. Un grande Festival si alimenta di casini, se li esclude si auto condanna alla noia.

5) E qui siamo al 4 bis. Senza polemiche viene a mancare uno degli aspetti fondamentali dei Sanremo recenti: la dinamica social. Ignorare l’importanza del bla bla tra utenti che con un occhio guardano e con l’altro scrivono, è gravissimo. La prima serata del Festival ha perso un milione di interazioni, meme, discussioni, ovvero di tutto ciò che permette a una singola serata di continuare a sviluppare temi anche nelle ore successive.

6) Carlo Conti è un eccellente presentatore. Oh, non sbaglia nulla. Solo che questo a Sanremo è un limite, non una qualità. La perfezione è nemica delle emozioni, il pubblico ha bisogno dell’inconveniente, del problema, vorrebbe un “Bugo e Morgan” all’anno ma si accontenta anche di molto meno, purché non sia il nulla attuale.

7) Carlo Conti ha troppa fretta. È un aspetto su cui si è fatta giusta ironia, ma alla lunga è diventato un problema: se il direttore artistico è il primo che non vede l’ora di andare a dormire, come può convincere me che sto sul divano che sia doveroso resistere? In passato i telespettatori si sono sempre lamentati dello “sbrodolamento orario” del Festival, ma la verità è che non volevano andare a letto prima, semplicemente cercavano un motivo per avere le occhiaie il giorno dopo. Ecco, se Conti ti dice «Hai ragione, ti devo fare andare a letto presto», Amadeus ti diceva «Hai torto, alla fine sarai felice di essere andato a letto tardissimo». Ecco, sì, vogliamo tornare ad avere enormi, felicissime e appaganti occhiaie da Festival.