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Io e Te, allo studio la tecnica di Pierluigi Diaco: ecco perché fa piangere tutti i suoi ospiti

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Siamo nella stessa lacrima, canterebbe Elisa. Piange l'attore scafato al ricordo di un vibratile passato, piange il politico sicuro nell'attesa dell'incerto futuro. Piange il conduttore cazziato dal censore redivivo; piange l'autore «per il troppo amore, essendo io un emotivo». Piange l'anchorman di mille battaglie, piange la matrona aumentata di taglie. Piange l'ospite per il compleanno, piange perfino il cane, senza far danno. Piangono tutti sia belli sia brutti. In tv, ultimamente è tutt' un condotto lacrimale. Ma urge, per un approccio al fenomeno semantico, focalizzare la natura del pianto. 

C'È SFOGO E SFOGO
Perché un conto è Vanessa Incontrada che lacrima per il body shaming, subìto, l'accusa di essere grassa; o Gerry Scotti che si sfoga durante l'ultima puntata di Chi vuol essere milionario? nel ricordo di suo padre morto («Pensa a quelli che finiscono su Youtube per le porcherie. Io magari ci finisco piangendo e sono onorato» dice Gerry, a ha ragione). E un altro è Wanda Nara a Tiki Taka che piange pensando al portafoglio del marito Icardi. E un altro conto ancora è Pierluigi Diaco. Diaco ha confezionato un programma su Raiuno, Io e Te, che è in grado di introitare i sentimenti più intimi, lavorarli con un piglio maieutico a metà tra Socrate e Recalcati e pomparli all'esterno sotto forma di pianto liberatorio. Non so come faccia. Ma Diaco è in grado di far aprire le cataratte ad ogni ospite che gli passa accanto nel raggio di cinque metri. Oramai la sua tecnica è diventata un caso da studio. Molti giornali e critici - tra cui l'Espresso - ne analizzano postura e copione: «Diaco si siede sulla poltrona bianca girato verso il juke boxe, accavalla la gamba sinistra, una mano in faccia, con due dita a tenere il naso e il pollice sotto il mento, e chiude gli occhi per ascoltare una canzone» e s' indignano. Altri, per esempio un politico ipercattolico, lo trattano come un vampiro dei sentimenti, salvo poi autoinvitarsi in trasmissione per promuoversi il libro in uscita. Personalmente, però - pur ritenendolo uno straordinario paraculo capace di empatizzare anche con i muri - credo che Diaco abbia reinventato un genere. Ispirato evidentemente alla prossemica di Hall (l'arte di superare le distanze degli interlocutori) che nelle interviste adopera il suo maestro Maurizio Costanzo, Diaco riesce a trovare quella che proprio Costanzo nel saggio La televisione è piccola chiamava "la cerniera". Cioè arriva un momento in cui l'intervistatore con una battuta, un ricordo ben piazzato, una pausa ben costruita, percepisce che l'intervistato sta abbassando le difese; e in quel momento prende la cerniera dei sentimenti nascosti e la tira verso il basso. 

 

MAESTRI DEL PRIVATO
Da lì - come accade, per esempio, con Barbara d'Urso altra maestra - l'intervistato apre la sua sfera privata, si confessa, talora si commuove. Diaco ha affinato la tecnica: spinge direttamente l'ospite al pianto. Accade così che a Io e Te cinici teatrali come Luca Barbareschi piangano infastiditi dalla loro stessa commozione nel ricordo della propria carriera e per il futuro dei figli: «Ho tolto l'eredità a tutti i miei figli. Nessuno di loro avrà un euro ma ho dato a tutti l'opportunità del lavoro. Tutti hanno studiato in università che costano un milione di euro per l'educazione di quattro anni», roba che a me appare come un grande atto d'amore. E lo stesso vale per i pianti delle Perego, Insigna, Tognazzi, oltre anche a quello di Diaco stesso. Diaco inventato un genere gentile, delicato, che fa ascolti. Anche se io preferisco l'ironia del di lui marito Alessio Orsingher...

 

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