«Francooooo, ohhhhh Francoooo». Già, è il tormentone - lo urlava tutto il pubblico in coro - che ha portato fortuna a Franco Neri, 62 anni, amatissimo comico di Zelig e poi conduttore di Striscia la notizia Mai volgare, capace di rappresentare con ironia la vita di tutti i giorni, ha sempre raccontato e continua a raccontare- con gag, situazioni surreali e semplicità - se stesso, cioè un calabrese trapiantato a Torino. Franco, che attualmente va poco in televisione («Però faccio tante altre cose interessanti»), ora sta preparando un nuovo spettacolo teatrale dal titolo “Se l’havessi saputo prima”.
Franco Neri, subito una curiosità: come mai su internet si trova quasi nulla di lei? Poche informazioni e zero interviste: un caso o una scelta?
«Diciamo che potrebbe essere un caso, ma soprattutto è una scelta: o una scelta per caso».
Perché?
«Io mi definisco un lavoratore dello spettacolo, ma ho anche una vita privata e, come tutti, tengo alla privacy: a me non piace far sapere agli altri cosa faccio, come se vivessi al “Grande Fratello”. Non ha senso: quando si spengono i riflettori c’è la mia quotidianità. Se devo promuovere un progetto, invece, è giusto che lo racconti».
Questa volta farà un’eccezione, vero?
«Ci provo».

Allora partiamo da un argomento un po’ “scomodo”. “Zelig” ha celebrato i suoi 30 anni e per il compleanno ha invitato molti storici protagonisti. Lei però non c’era: perché?
«Eravamo talmente tanti che non avevano spazio per tutti, questa domanda dovrebbe rivolgerla a chi ha fatto il cast».
Ci è rimasto male?
«Mi è spiaciuto, ma rispetto le scelte fatte anche perché io non mi pongo davanti agli altri colleghi e accetto le decisioni della direzione artistica. A “Zelig” dirò sempre grazie: mi ha permesso di arrivare al successo».
Ha guardato le puntate commemorative?
«Sì, qualcosa: fanno parte del passato e della mia carriera. Scusi, saluto una persona e torno».
Prego.
«Era un mio ammiratore».
Che oltre all’autografo, ovviamente, l’ha accolta con un “Francooooo, ohhhhh Francoooo”.
«Un classico. È diventato un marchio e fa sempre piacere essere riconosciuti: quel tormentone è stato un modo per arrivare al pubblico».
Come mai ride?
«C’è chi è convinto che mi chiami “Franco” di nome e “Ofranco” di cognome».
Meraviglioso. Parliamo ancora di televisione.
«Ci sto andando poco. E comunque non sono uno che si propone, ogni cosa a suo tempo. È come per un atleta: a 20 anni corre i 100 metri in 9.58 secondi mentre a 40 anni i metri sono gli stessi, ma i secondi diventano 20. E poi si possono fare tante altre cose. L’ultima volta che sono stato a “Zelig” era il 2022 e quando mi sono rivisto ho pensato: “Ormai son diventato grande e ho fatto le tre fasi: 1) capelli neri; 2) brizzolati; 3) più verso il grigio”. La televisione ti dà popolarità, ma non perché non ci vai più sei morto. Non e così, io sono vivo e vegeto e faccio molte cose, soprattutto a teatro».
Ma la tv, almeno, la guarda?
«“Focus” mi fa impazzire, mi piacciono le puntate dedicate agli animali e alla natura. C’è sempre da imparare».
E i programmi comici?
«Ne vedo pochi perché la comicità negli anni è cambiata molto: una volta era tutto concentrato in 4/5 minuti, mentre adesso ti danno anche 10/12 minuti e la soglia di attenzione non può avere una durata così lunga. A meno che tu non sia Walter Chiari».
Ora va molto di moda la “stand up comedy”.
«Che significa stare in piedi, cosa che io faccio da sempre come facevano Franco Franchi, Macario, Totò, Buster Keaton».
Ma la convince?
«Se è troppo volgare no: molti pensano che se non dici parolacce il pubblico non rida, ma non è vero».
Ci sono comici, in generale, che le piacciono più degli altri?
«Tra i miei preferiti c’è Enrico Brignano: ha una bella tecnica e sa far vivere i personaggi».
E tra gli emergenti?
«Mi fa molto ridere Angelo Amaro. È giovane, non molto conosciuto alla massa, ma è un bel talento, si racconta con una buona personalità ed è un bravo monologhista. Ha prospettive molto interessanti».
Torniamo a lei: sui social è molto attivo.
«Non faccio né la “Divina Commedia” né “Ben-Hur”, ma stupidaggini: un bel gioco che mi diverte».
Altri progetti su cui sta lavorando?
«Ho pronta la sceneggiatura di un film scritta con Giorgio Molteni. E poi, a marzo, debutterò a teatro con uno spettacolo che si intitola “Se l’havessi saputo prima”. Parlo di vita vissuta e di quelle cose che, se l’avessimo saputo prima, avrebbero preso una direzione diversa».
Noi invece parliamo della sua, di vita. Partendo dal piccolo Franco Neri.
«Nasco a Torino il 13 aprile 1963 da genitori calabresi. Mamma Paola fa la casalinga, papà Ilario il meccanico di auto. Ho due fratelli e una sorella, io sono il più grande».
Che bambino è?
«Dalle forme generose, mai deperito... Nell’ora di ginnastica mi viene difficile competere con gli altri che hanno fisici asciutti. Preferisco l’intervallo, dove naturalmente c’è la merenda fatta in casa».
Mai stato bullizzato?
«No, per fortuna. Però a scuola sono terribile, di indole sono monello. Una volta, in terza elementare, copio i compiti del mio compagno di banco soprannominato “Einstein”».
Come mai quello sguardo strano?
«Perché poi la maestra mi dà l’insufficienza sostenendo che quello che ho scritto non è farina del mio sacco. Io nego in tutti i modi, cerco di convincerla, ma alla fine mi mette di fronte all’evidenza: ho copiato anche la firma del compagno. Che figura. Da quel momento divento il miglior cliente della cartoleria lì vicino».
In che senso?
«Ogni settimana perdo apposta il diario così i miei genitori non vedono le note e il rendimento scolastico. Oppure mi invento soluzioni alternative».
Tipo?
«Mostrare a mia mamma il diario al contrario: il 6 diventa 9».
Geniale. Ma alla fine riesce sempre a essere promosso?
«Un anno mi bocciano, ma perché ho la varicella e non mi presento agli esami di terza elementare».
Il talento per la comicità ce l’ha fin da subito?
«A scuola faccio ridere tutti con imitazioni e battute e la maestra di matematica, una volta, mi dice: “Tu da grande sarai un istrione”. Ancora oggi, quando ne parlo con mia madre, lei mi ripete: “Ricordi quella volta in cui la maestra ti ha dato dell’istrice?”».
Beh, comunque ci aveva visto giusto.
«Papà però, in quel momento, non è dell’idea, vorrebbe che diventassi capo officina e quindi mi fa iscrivere a un istituto tecnico. Mi diplomo, ma nel frattempo, la sera, frequento la scuola di recitazione al “Teatro Sperimentale” di Grugliasco. E lì capisco che se vuoi fare Shakespeare devi studiare una parte, ma se vuoi diventare comico devi essere te stesso. Così, quando un docente mi domanda quale è la mia aspirazione, non ho dubbi: “Voglio fare il comico».
I suoi idoli in quegli anni?
«Bramieri, Panelli, Sordi, Tognazzi e Walter Chiari. Sono dei mostri sacri e, da ragazzino, quando loro sono in tv sto a casa per ammirarli e studiarli».
Le sue prime apparizioni?
«Come imitatore nei piccoli locali di Torino dove, dopo tante prediche, mi fanno esibire».
Che personaggi fa?
«Lino Banfi, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello Grillo. In quel periodo ci ispiriamo tutti a Gigi Sabani, che è il numero uno. Poi, però, abbandono perché capisco che ci sono troppi imitatori ed è meglio fare me stesso. E per questo ringrazierò sempre mio padre, che è il motore e la spinta del cambiamento».
Come mai?
«Un giorno, stufo di sentirmi cantare tutto il pomeriggio con la voce di Toto Cutugno e Gianni Morandi, mi prende la chitarra, taglia le corde e, guardandomi, dice: “Questa e la prima lezione. Con tante cose che abbiamo da raccontare noi del sud tu vai a imitare quelli che esistono già? Che poi quando muoiono che fai, resti disoccupato?”».
Così decide di scrivere i primi monologhi comici.
«Lo spettacolo d’esordio è “Professione Meridionale”, poi faccio “Pane e melanzane” e inizio a far ridere raccontando le vicissitudini che succedono alle famiglie del sud».
E in particolare a quelle calabresi. È ancora molto legato alle sue origini?
«Per me la Calabria è la terra santa».
Come nasce il suo personaggio?
«Mi viene l’idea di fare un parallelismo tra il Piemonte, dove vivo, e la regione in cui sono nati i mie genitori: da una parte c’è poco, nel senso che non si spreca niente, dall’altra c’è tanto perché si ha paura di restare senza niente».
La sua comicità funziona subito, anche perché a Torino ci sono tanti calabresi che si rivedono nelle sue battute.
«Per me Torino è la città più grande della Calabria».
Buona questa. Dopo i primi spettacoli lei fa un’esperienza al cinema con “Al bar dello sport” e, quando non è ancora famoso, entra nel cast di “Scherzi a parte” come attore. I due scherzi più riusciti?
«Uno a Vecchioni: riesco a intrufolarmi come cameriere nella sua servitù, poi gli occupiamo la casa e gli butto l’anguria in piscina. Si incazza tantissimo. Il più clamoroso, però, è quello a Emiliano Mondonico, ai tempi allenatore del Torino».
Raccontiamolo.
«Il giorno prima di una partita di campionato vado al campo d’allenamento travestito da tifoso granata e inizio a insultare soprattutto Lentini: “Anziché giocare con la Barbie e tenere il cerchietto in testa, tagliati i cali”. Poi continuo con altre offese alla squadra finché Mondonico, dopo un po’, perde la pazienza e interrompe la partitella: “Vieni in campo, se hai il coraggio”. Io entro e inizialmente mi spavento perché non so che, in realtà, Lentini è un complice ed è a conoscenza di tutto. Il mister, invece, è davvero furibondo e si avvicina con atteggiamento minaccioso: nella mischia prendo anche un calcione». Spettacolare. In quegli anni lei partecipa a moltissimi Festival della comicità: Osilo, Viareggio, Biella.
«E li vinco tutti con il personaggio del meridionale, un grande che racconta con gli occhi di un bambino».
I premi cui tiene di più?
«Il “Sarchiapone” dedicato a Walter Chiari, che conquisto nel 1999 durante la partecipazione a “Gnu”, programma su Rai3 e, sempre nello stesso anno, il “BravoGrazie” che poi mi permette di andare di diritto al “Maurizio Costanzo Show”».
Come è l’esperienza al Teatro Parioli?
«Fondamentale perché è proprio lì che nasce veramente il tormentone “Franco, oh Franco”».
Cioè?
«Racconto di mia madre che mi chiama Franco e, in quel momento, dalla sala rispondono tutti in coro: “Oh Franco”. Così capisco che il meccanismo funziona anche a livello televisivo».
Ma veniva chiamato veramente così?
«Sempre e dappertutto. La cosa divertente è che dove abitavo io da bambino c’era un altro Franco: quando sentiva urlare il nome, spesso rispondeva lui».
Sua mamma, grazie a quel tormentone, è diventata famosa?
«Più di lei lo è diventato mio zio Caratozzolo, che esiste davvero: la giacca marrone che indossavo a “Zelig” me l’aveva regalata lui. Lo fermavano e gli dicevano: “Tuo nipote ieri sera ti ha nominato in televisione”. Con me scherzava: “La devi finire di parlare di me chela gente mi chiede l’autografo. Prima o poi a te ti aggiusto io”».
Torniamo alla sua carriera: lei fa il boom quando, nel 2003, arriva a “Zelig”.
«Ci vado per caso. Sono ospite al “Libro della satira” ad Aosta e conosco Giancarlo Bozzo, autore di “Zelig”: “Conosci il nostro programma? Perché non vieni da noi a proporre dei monologhi?”, mi chiede. Allora, poco tempo dopo, porto i miei pezzi, che fortunatamente piacciono, e li inizia l’avventura».
A quante puntate partecipa in tutto?
«Non ricordo, ma credo più di 50».
C’è un artista con cui, in quegli annidi “Zelig”, lega di più?
«No, la verità è che in quel momento siamo un gruppo di tanti comici concentrati per dare il meglio di noi stessi sul palco: amicizie vere poche, ma molta competizione».
E al di fuori del palco?
«Ogni tanto, in quel periodo, capita di uscire per mangiare un panino dopo le prove, ma ognuno pensa alla propria vita e ai propri guai».
Allora è vero che i comici sono tristi?
«No, è una leggenda metropolitana. I comici sono persone e, come tutti, hanno emozioni, problemi. Quante volte mi è capitato di avere i figli che stavano male, eppure dovevo stare lì lo stesso e cercare di far ridere gli altri».
A proposito, Franco, parliamo un po’ della sua vita privata. O almeno proviamoci: quanti figli ha?
«Due, ormai maggiorenni».
Da quanto è sposato?
«Ho perso il conto...».
Come si chiama sua moglie?
«Ha un nome di donna...».
Ok, messaggio ricevuto: cambiamo argomento. Quando capisce che con “Zelig” sta diventando popolare?
«Subito. La trasmissione fa più di 10 milioni di ascolto e la mattina dopo la mia prima puntata, al supermercato, vedo un’infinità di gente che mi viene incontro. “Mizzega, vogliono picchiarmi”, penso. Invece chiedono tutti l’autografo».
“Zelig”, ma non solo. Nel 2005, 2006 e 2007 presenta “Striscia la notizia”. Come ci arriva al tg satirico?
«Una sera sono in un locale di Milano e incontro Ezio Greggio. “Che fine hai fatto che ti stiamo cercando?”, mi chiede. Mi metto a ridere pensando mi prenda in giro, invece mi fa incontrare Antonio Ricci che mi propone la conduzione. Spiegandomi ben chiaramente, però, che quel posto non è mio, ma di Iacchetti. Io sono solo un sostituto ben accetto».
Cosa cambia per lei, artisticamente, tra fare “Zelig” e “Striscia”?
«“Striscia” mi dà la possibilità di non essere soltanto comico, ma pure presentatore. E mi completa. È il programma più importante di Mediaset: arrivare lì è un grande traguardo».
Qualche puntata che ricorda particolarmente?
«Quelle in cui vengono, come ospiti, Lino Banfi e Mel Brooks. E tanti altri personaggi incredibili».
Dopo “Striscia”, nel 2008, lavora a “Grazie a tutti” su Raiuno, con Morandi.
«Bella esperienza e sto vicino a un dinosauro della televisione. In tutti i sensi».
Ops. Da quel momento in poi, però, lei si allontana gradualmente dalla tv. Come mai?
«Non c’è una spiegazione precisa. Gli anni successivi, tra cinema e teatro, ho fatto altre esperienze. Il problema è che se stai fermo dalla tv, anche sono pochi mesi, sembra che non fai nulla. Ma non è così». Mai avuto la tentazione di cambiare personaggio?
«Assolutamente no. Se avessi voluto interpretare più ruoli sarei andato avanti a fare l’imitatore».
Se le proponessero qualche reality accetterebbe?
«Credo di no perché quel tipo di programma non fa per me: io non potrei stare chiuso in una casa con estranei o stare in un’isola a farmi mangiare dai mosquitos e a morire di fame. Non riuscirei. E poi in quei contesti esce la persona che è nascosta in te, che a volte non piace alla gente. Io sono uno che preferisce dire una brutta verità a una bella bugia».
Franco, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Qualcosa esiste. Non sono un praticante, ma se c’è bisogno di dire una preghiera non mi tiro indietro».
2) Paura della morte?
«Temo la sofferenza. La morte è un traguardo che tutti raggiungono, prima o poi».
3) Ha tatuaggi?
«No, gli appunti li prendo sulla carta».
4) Cosa pensa della politica?
«I politici dovrebbero guardare con gli occhi del cittadino, ma tante volte si mettono gli occhiali da sole anche se non c’è il sole».
5) Ultima domanda: c’è qualche sua battuta cui è più legato?
«Sì, quella in cui racconto che c’è il cane in macchina, mio zio si toglie le scarpe e i piedi puzzano talmente tanto che il cane, con i denti, tira il freno a mano e dice a mio padre: “Abbandonami qua”. Oppure è bella anche quella di mio padre che mette talmente tante cose nell’auto stipando il cofano che si vedono le bozze dall’interno verso l’esterno: sono le angurie che sbattono a destra e sinistra. E, quando i vigili lo fermano dicendogli “Apra il cofano”, lui risponde: “Io lo apro, ma poi chi lo chiude?».




