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Salvo Sottile: "Immersivo e sul campo, ecco come sarà il mio nuovo Ore 14"

di Daniele Priorilunedì 27 luglio 2026
Salvo Sottile: "Immersivo e sul campo, ecco come sarà il mio nuovo Ore 14"

5' di lettura

È stato un passaggio di consegne inatteso e, a quanto pare, non così facile quello tra Milo Infante e Salvo Sottile alla conduzione di Ore 14. Il giornalista siciliano ce l’ha raccontato a cuore aperto, ben lieto di essere stato chiamato a condurre una trasmissione divenuta via via sempre più importante per Rai2, dove Salvo tornerà dopo la lunga conduzione quotidiana de I Fatti Vostri, ma al tempo stesso colpito, forse addirittura dispiaciuto dalla freddezza ricevuta dal collega ex conduttore del programma di cronaca. «Credevo che Infante fosse un amico e mi è sembrato naturale chiamare lui per primo, dopo aver ricevuto la notizia che la Rai mi avrebbe voluto al suo posto. Purtroppo ho ricevuto solo un freddo “in bocca al lupo”. Evidentemente non tutte le persone hanno una stessa idea di amicizia... O forse la nostra era solo una frequentazione di lavoro», ci racconta con un po’ di amarezza l’ex “sceriffo” del Far West in una intervista esclusiva e a tutto campo su una carriera iniziata in quella tragica primavera-estate del 1992 tra le macerie delle bombe di Capaci e di via D’Amelio. Nella Palermo che 19 anni prima gli aveva dato i natali.

Salvo Sottile, cominciamo dunque dal presente. Con quale stato d’animo inizia l’avventura di Ore 14?
«Un presente totalmente inatteso. Io stavo preparando la terza stagione di Far West. Ero pronto, diciamo, a buttarmi. Anzi avevo già iniziato a lavorare sugli ospiti sulla prossima e su alcune modifiche da fare al programma. Poi è accaduto che Infante ha lasciato la Rai e dopo pochi giorni sono stato chiamato sia dal direttore da Corsini che dall’amministratore delegato Rossi che mi hanno proposto di fare Ore 14. Una opportunità per la quale posso solo essere loro grato per il fatto di aver ancora creduto in me».

Lei ha cambiato subito cavallo o un po’ ci ha pensato?
“Un po’ ci ho pensato ma era veramente complicato dire di no. Ore 14 è un brand importante della Rai. Sarà un impegno anche faticoso, visto il doppio appuntamento, la diretta quotidiana che è tosta e il serale settimanale che richiede particolare cura. Mi è dispiaciuto un po’ lasciare Far West ma al tempo stesso affronto questa sfida con molto entusiasmo».

Come cambierà, dunque, Ore 14?
«Sia nell’appuntamento quotidiano sia nel serale vorrei puntare su un racconto più immersivo cioè vorrei dare più attenzione al lavoro sul campo, alle testimonianze, alla ricostruzione e meno chiacchiere, meno talk rispetto al passato. Mi piacerebbe introdurre anche un aspetto dedicato alla parte tecnica per far capire alle persone qualcosa in più su quello che raccontiamo perché spesso la gente sente dire in televisione: perizia, consulenza e non capisce cosa davvero significhino queste espressioni. Per questo vorrei portare dentro Ore 14 anche l’esperienza di persone che raccontano in modo semplice cose complicate. In definitiva vorrei che il pubblico riesca ad entrare più nel vivo della storia più che assistere soltanto a un dibattito che comunque ci sarà ma in quantità minore».

A proposito di cronaca, da esperto ma anche da collega Rai, si è fatto una opinione sul “caso Ranucci” di cui tutti parlano?
«Va sempre premesso che Ranucci, fino a prova contraria, è vittima di un attentato. La cosa che mi sconvolge leggendo anche i giornali, è che lui dice che dentro la Rai ci sono la mafia e la massoneria. Mi chiedo perché non ci ha fatto un’inchiesta di Report oppure non è andato a denunciare alla magistratura? Ne parla solo in un audio con una signorina con la quale si scambia messaggi. Questa è la cosa che mi turba di più di tutta la storia. Lui sconfessa l’azienda di cui è vicedirettore senza fare nulla. Se io fossi a conoscenza di cose talmente gravi, le denuncerei e mi dimetterei da vicedirettore. Poi c’è il problema della doppia morale. Report ci ha abituato a fare inchieste su tutti, cercando il pelo nell’uovo e non perdonando niente a nessuno. Poi, però, se qualcuno fa domande su Lavitola e i rapporti con Ranucci, tutto si trasforma in fango e partono le denunce per diffamazione. Così non funziona. O c’è un metodo di lavoro univoco oppure non può essere che l’intransigenza vale solo per gli altri e non per loro stessi...».

Lei più di altri ha trattato la mafia da vicino. Ancora una volta, pochi giorni fa, l’abbiamo rivista 19enne tra le macerie di via D’Amelio nella sua Palermo. Cosa prova ogni anno nel subire questo flashback per immagini?
«Ogni volta, da giornalista e da palermitano, mi si riapre una ferita profonda. Il messaggio che la mafia volle mandare, uccidendo in quel modo i due magistrati più blindati a 57 giorni di distanza, era che per quella terra non ci sarebbe stata più speranza di liberarsi. Quest’anno è capitato che il 19 luglio fossi a Palermo, Sapendo che inevitabilmente avrei rivisto ancora una volta quelle immagini, sono andato sul posto e ho fatto un video per testimoniare come è via D’Amelio oggi...».

Quanto è contato in lei il fatto di avere appena 19 anni a quell’epoca?
«Ci penso riascoltando la concitazione di quelle parole e ogni volta provo il dolore per la scomparsa di due uomini come Falcone e Borsellino, insieme a molti altri innocenti, ma anche, a 34 anni di distanza, tenerezza verso quel giovane che ero io, poco più di un bambino, che iniziava a lavorare nel momento in cui l’ala più pericolosa e criminale di Cosa Nostra era al massimo del potere. Giravo con il mio motorino e una cravatta che indossavo o meno a seconda della diretta che dovevo fare. Avevo sempre paura di non essere preso sul serio...».

Come avvenne il suo primo contatto col direttore Mentana?
«Io collaboravo con delle televisioni locali che fornivano immagini a Mediaset. Successe che fui chiamato a Roma e in quell’occasione conobbi Mentana. Fu un incontro nel quale io ero molto intimorito e devo confessare che anche oggi quando, ogni tanto, capita di sentirci, udendo la sua voce provo ancora una certa soggezione che mi è rimasta ma è figlia del rispetto e della grande riconoscenza che ho per lui. Del resto se non fosse stato per lui, io non ci sarei stato, non avrei fatto il percorso che ho fatto... A partire dal fatto che mi rispedì a Palermo, unico cronista Mediaset in tutta la Sicilia a fronte dei quaranta giornalisti Rai. Giravo come una trottola ma ero molto veloce e qualcosa a casa la portavo sempre. Per questo Mentana continuò a darmi fiducia e io debbo riconoscergli di avermi insegnato tanto di questo mestiere».

Com’è cambiata la Sicilia oggi?
«Sicuramente è stata superata e sconfitta la mafia scriteriata e violenta dei corleonesi. Oggi i mafiosi hanno capito che il rumore attira polizia, attira attenzioni, attira indagini della magistratura. Adesso è tornata una mafia che è fatta di piccola delinquenza, piccole estorsioni che preferisce covare sotto la cenere e operare in maniera imprenditoriale anche oltre i confini della Sicilia».

Lei ha due figli. La seguono nel suo lavoro?
«No. Come tutta la loro generazione non guardano la televisione. Uno va all’università, l’altra sta facendo la Maturità. Sanno qual è il mio lavoro ma mi ricevono in pillole, sotto forma di reel sui loro smartphone non certo perché si mettono a guardare i miei programmi in tv...».