Roma, 9 dic. - (Adnkronos) - L'opera lirica più della prosa è terreno di sperimentazione dei registi "perché non si producono più nuove opere e c'è un repertorio definito da reinterpretare continuamente". Ne è convinto il regista Damiano Michieletto, autore di regie innovative e che è stato recentemente applaudito ma anche fischiato alla Scala per la sua messa in scena di 'Un ballo in maschera' di Verdi, ambientato durante una campagna elettorale americana. Spettacolo peraltro premiato dalla stampa italiana (20 testate tra i principali quotidiani e le riviste di settore) che ha 'eletto' Michieletto come miglior regista verdiano del bicentenario. "Molti problemi sulle regie -spiega Michieletto all'Adnkronos- nascono dal fatto che i teatri chiedono ai registi nuove produzioni, e lo fanno spesso in ragione del business che spinge la varie fondazioni liriche a essere in competizione tra loro. E mentre una volta si scrivevano e si mettevano in scena nuove opere, adesso c'è una crisi del linguaggio, il repertorio si è fossilizzato in una serie precisa di titoli ed è venuto fuori il lavoro di ermeneutica del regista, che una volta non era neppure previsto, e che deve raccontare in modo diverso sempre la stessa storia, con il rischio di cadere nella caricatura e nell'eccesso, allontanandosi sempre dalla forma originale di questo materiale". Quando si arriva a questo punto "non c'è più limite. E qui si vede la sensibilità del regista, che può fare uno spettacolo demenziale, oppure leggere nella complessità dell'opera per portare alla luce aspetti ancora poco esplorati. E' questo il motivo per cui l'opera continua ad essere viva e far discutere -afferma il regista- ma è come un'arancia che si continua a spremere rischiando di essere arrivati alla buccia senza accorgersene. Il teatro che voglia fare una seria politica culturale, deve produrre opere, diventare impresario sporcandosi le mani, scegliendo librettista e compositore, puntando sul pubblico e facendo dei profitti. Qui si misura la vera politica dei teatri. Vero punto di svolta è raccontare le storie del presente con la musica del presente. A questo punto il lavoro del regista si ridimensionerebbe -conclude Michieletto- perché non dovrebbe fare più qualcosa che è stato già fatto tante volte".




