Matteo Arnaldi ha trasformato il suo Roland Garros in un piccolo romanzo di resistenza applicata alla scienza tennistica. Per arrivare ai quarti ha passato in campo 17 ore e 42 minuti in quattro partite. L’ultima battaglia, vinta con Frances Tiafoe in 5 ore e 26 minuti, ha raccontato meglio di ogni statistica la sua capacità di restare dentro la fatica. Ne abbiamo parlato con Fabio Colangelo, il suo allenatore, prima del derby con Matteo Berrettini (alle 20.15) che vale la semifinale al Roland Garros.
Fabio, partiamo dalla notte con Tiafoe: qual è stata la prima cosa che ha pensato quando Arnaldi ha chiuso la partita?
«Che non c’era un aggettivo capace di descrivere quanto fosse stato bravo. Straordinario, fantastico: per quello che aveva fatto erano parole un po’ troppo piccole, onestamente».
C’è stato un momento in cui ha pensato che non si potesse più riprendere?
«Sì, certo. La speranza c’era, perché Matteo è un grandissimo lottatore e in qualche modo sai che può provare a girarla. Però Tiafoe stava giocando un tennis di altissimo livello e Matteo era visibilmente stanco, visto quello che ha passato negli ultimi mesi. L’insieme delle due cose non era ben augurante. Anche il punteggio dice che siamo stati piuttosto vicini a perdere».
A un certo punto gli avete chiesto di accorciare il punto. È stata una svolta?
«Non mi do tutta questa importanza. Il giocatore sa quello che deve fare, però ci sono tensione, stanchezza, nervosismo, e magari si perde lucidità. Da fuori dobbiamo dire cose semplici che in campo diventano più difficili da pensare. In quel momento, se c’era un colpo su cui Tiafoe non era eccezionale, era la seconda di servizio: bisognava aggredirla».
Come si prepara un giocatore a reggere quasi 18 ore in campo?
«Matteo ha qualità fisiche speciali e questa è la base per resistere a match così, considerando anche il caldo che ha patito nei primi due. Poi il recupero è fondamentale: massaggi, stretching, fisioterapia, bagno ghiacciato. E fa un lavoro fantastico con Diego Silva, il suo preparatore, che lo aiuta a prepararsi a queste battaglie». Tecnicamente che cosa le sta piacendo di più del suo torneo?
«Mi piace molto che stia mantenendo ordine nel gioco. Nell’ultimo periodo gli era mancato un po’. Qui invece questa cosa si vede e gli sta facendo bene. Anche con Tiafoe, nonostante le difficoltà, non ha perso il focus. È rimasto lì e non si è fatto travolgere dagli eventi, dal momento o dall’avversario».
Stasera c’è il derby con Berrettini. Che sfida sarà per Arnaldi?
«Prima dobbiamo capire come riuscirà a recuperare, perché questo sarà determinante per preparare la partita. Capire quanta energia ci sarà dal punto di vista fisico è fondamentale per impostare un certo tipo di partita piuttosto che un’altra. Lui ha energie quasi infinite, ma il dato delle ore passate in campo è impressionante. Dal 1991 è quello che ha passato più tempo in campo per arrivare ai quarti di uno Slam».
Quindi la tattica dipenderà dal serbatoio?
«Sì, perché Matteo Arnaldi non è Matteo Berrettini: non basa il suo gioco su un servizio impressionante e su pochi colpi. Ha altre caratteristiche. Se c’è poca benzina bisogna provare a fare qualcosa di diverso, perché non si può pensare di passare altre cinque ore a correre a destra e a sinistra. Poi magari mi stupisce e lo fa di nuovo. Ma nemmeno lui ha mai provato una cosa del genere».
Qual è il momento che si porta dietro da questo Roland Garros?
«Il sorriso che ha fatto prima del tie-break del quinto set. Qualche settimana fa parlavamo del fatto che non ne avesse mai giocato uno. Io avevo vissuto quell’esperienza con Sonego a Wimbledon e gli dicevo: magari evitiamo per un po’, perché da fuori è un’ansia fortissima. Invece l’altro giorno, prima di iniziare il tie-break con Collignon, si è girato e rideva. Poi mi ha confessato che era contento di essere finalmente arrivato lì. Prima ancora di vincerlo. Mi ha fatto capire tanto che ragazzo è».




