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Nazionale, il delirio di Renzo Ulivieri: "Servono 5 o 6 neri"

di Lorenzo Cafarchiogiovedì 2 luglio 2026
Nazionale, il delirio di Renzo Ulivieri: "Servono 5 o 6 neri"

3' di lettura

La Nazionale italiana di calcio fa pena? Ci vuole lo ius soli sportivo. Ma certo, siamo proprio dei fessi come abbiamo fatto a non pensarci. Anzi il passaporto diventi una sorta di strumento di calciomercato che ci permetta di andare in Africa, in Asia o dove più ci aggrada per rimpolpare le scarne fila degli azzurri. Ma quali oriundi, cittadinanza in regalo per cucirci sul petto la quinta stella mondiale. Centri sportivi? Riforma del pallone? Scuole calcio revisionate totalmente? Non sarete anche voi contro l’ideologia immigrazionista di cui Renzo Ulivieri è apostolo sul rettangolo verde?

Il presidente dell’Associazione Italiana Allenatori Calcio e direttore della scuola allenatori della Figc indica la via: «Alla nazionale credo - esordisce così - dovrebbe pensarci anche la politica. Perché se vediamo le altre squadre straniere al di là del colore della pelle, ma parliamo del colore della pelle, in ogni squadra ci sono 5-6 neri. Ma se facessimo una squadra di tutti bianchi saremmo migliori della Francia? Che cosa vuol dire? Che abbiamo bisogno di norme e di leggi per adeguarci a quelle che sono le idee mondiali della cittadinanza». Eccolo l’antirazzismo uliveriano in tutto il suo splendore. Con queste parole non solo il fulcro del discorso è decentrato, ma gli atleti vengono razzializzati in base alla loro origine. Che poi non è altro che una speciosa forma di razzismo al contrario che collima con la disperazione di un pallone ormai sgonfio a queste latitudini.

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«In Francia vengono tutti dalla periferia di Parigi. Perché giocano di più, passano le giornate intere a giocare fra di loro e diventano grandi giocatori», così mischiamo anche un po’ di passatismo fatto di pallone impolverato e di mamme gridanti alla finestra che la cena è pronta. Il quadro perfetto di chi, in un’intervista a Repubblica lo scorso anno, diceva di aver «sentito in tv Luciana Castellina dire: sono comunista perché spero che questo mondo possa cambiare. Mi ci ritrovo». Ma le parole di Uliveri non cadono così lontane da quelle di Giovanni Malagò, neo-presidente della Figc.

«Negli altri sport puoi prendere tempo e traccheggiare, nel calcio no: se non dai la cittadinanza, dopo un secondo arriva un altro Paese, dà il passaporto al ragazzo e tu l’hai perso. Questo è inaccettabile. La politica è felice di vincere nell’atletica o nel volley grazie a questi atleti. Nel calcio dobbiamo muoverci, o subiremo i danni».

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Eppure i danni sono nascosti nelle pieghe di discorsi del genere dove la cittadinanza, l’appartenenza all’inno di Mameli e al tricolore diventano un aspetto secondario. Non ci deve essere integrazione, ma solo risultatismo. Il senatore di Fratelli d’Italia e responsabile nazionale sport del partito, Paolo Marcheschi, ha attaccato Uliveri. «Se la nuova visione del calcio italiano fosse quella di arrendersi alla creazione di talenti nostrani e invece ricorrere a naturalizzare stranieri, sarebbe la pietra tombale sulle aspirazioni di milioni di bambini e ragazzi che iniziano a giocare con l’aspirazione di giocare per il proprio Paese. Da una classe dirigente che rappresenta l’Italia ci si aspettano soluzioni differenti da quelle stantie e controproducenti rappresentate oggi dal mister Ulivieri». Il rigore dell’ideologia da sinistra sono sempre pronti a batterlo, ma questa volta, per non perdere l’identità e il senso ultimo della maglia azzurra, serve un altro rigorista.