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Le 114 magagne del City smascherano la Premier

di Daniele Dell'Orcogiovedì 1 ottobre 2026
Le 114 magagne del City smascherano la Premier

3' di lettura

Il caso che coinvolge il Manchester City ha fatto un decisivo passo in avanti dal punto di vista normativo: ormai la questione da dirimere non è più se il club abbia violato le regole, ma quanto dovrà pagare per averlo fatto. In soldi, punti e, forse, categorie. La Premier League ha ufficializzato il verdetto della commissione indipendente: tra il 2009-10 e il 2017-18 il City ha utilizzato contratti commerciali «fittizi» per gonfiare i ricavi e comprimere i costi, presentato conti non veritieri e nascosto ai revisori la reale situazione finanziaria. In pratica gli sponsor versavano soltanto una quota delle somme indicate, mentre il resto era finanziato dall’Abu Dhabi United Group Investment & Development, la società proprietaria emiratina dello sceicco Mansour. In ballo ci sono oltre un miliardo di euro. Tre su quattro anche le accuse accolte per mancata cooperazione con l’indagine, mentre il club continua a proclamarsi innocente (ieri ha parlato Pep Guardiola: «Sarò sempre al fianco del mio club») e ha tempo fino a domani per impugnare il verdetto.

Ma è qui che comincia la parte più esplosiva. Non esiste infatti un tariffario automatico: la commissione può infliggere una multa, una penalizzazione in classifica, altre sanzioni sportive o perfino l’espulsione dalla Premier. Una decurtazione pesante di punti potrebbe trascinare il City in zona retrocessione già in questa stagione; l’espulsione sarebbe ancora diversa, perché il club dovrebbe poi chiedere alla Football Association di essere riammesso nella piramide calcistica inglese. Non è invece sicuro che vengano cancellati i titoli conquistati negli anni sotto esame: è uno degli scenari evocati, ma molto più complicato sul piano regolamentare.

Prima della pena, però, è già guerra legale. L’appello sarà giudicato da un nuovo collegio e non ha una scadenza certa. Il City non potrà rivolgersi al Tas come fece nel 2020 contro l’Uefa, ma resterebbe aperta la strada dell’Alta Corte qualora sostenesse che il procedimento non sia stato equo. Tradotto: la sentenza sportiva potrebbe essere solo l’inizio di una battaglia di anni. Ed è proprio questo il problema della Premier. Se la pena fosse troppo lieve l’intero apparato di controllo finanziario rischierebbe di perdere credibilità. Se invece fosse devastante si aprirebbe un secondo fronte: quello dei club rivali. Chi ha perso un titolo, una qualificazione Champions o decine di milioni di ricavi potrebbe tentare la strada dei risarcimenti, con conseguenze potenzialmente enormi.

I precedenti, per un evento di tale portata, non esistono: i casi recenti riguardano i 10 punti inflitti all’Everton nel novembre 2023 (ridotti in appello), e i 4 al N. Forest nel marzo 2024, entrambi per violazioni isolate su un singolo esercizio. Ma qui siamo su un altro pianeta. La Premier ora si ritrova davanti a un paradosso. Per dimostrare che le sue regole valgano deve colpire uno dei marchi che più hanno contribuito alla sua espansione globale. Ma una semplice multa sembrerebbe un incentivo all’imbroglio; una maxi-penalizzazione altererebbe il campionato in corso; una retrocessione o un’espulsione aprirebbero una crisi commerciale e legale senza precedenti; la revoca dei titoli trasformerebbe gli albi d’oro in un campo minato. Il caso City, insomma, non mette sotto processo un club, bensì l’intero il modello Premier. Il campionato più ricco e celebrato del mondo deve dimostrare di essere abbastanza forte da riuscire a rimettere in riga il suo club più potente finito alla sbarra.