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Ilaria Salis, compagna miracolata: ecco come si è salvata

di Daniele Dell’Orcogiovedì 1 ottobre 2026
Ilaria Salis, compagna miracolata: ecco come si è salvata

4' di lettura

Che Ilaria Salis viva su un altro pianeta è cosa nota. Ma ieri ci ha tenuto a fornire, persino ai più scettici, ennesimo materiale probatorio. A Budapest due imputati dello stesso filone giudiziario che la riguarda, quello sui raid punitivi del febbraio 2023 nel corso della “Giornata dell’Onore”, sono stati condannati in via definitiva.

La Corte d’Appello ha inflitto sette anni a Maja T. e sei a Gabriele Marchesi, venticinquenni militanti antagonisti, riducendo di un anno le pene del primo grado ma confermando l’impianto fondamentale dell’accusa. Salis, nel commento a corredo della notizia, ha scelto di difendere i suoi sodali (e se stessa?) parlando di «condizionamento politico esercitato dal regime di Orbán». Oibò. Magari su Plutone, dove vive. Ma sul pianeta Terra, dallo scorso aprile, in Ungheria governa Péter Magyar.

La Salis ha scritto sui social che si tratta di pene «assolutamente sproporzionate rispetto ai fatti contestati» e di un processo segnato da «gravissime criticità sul piano delle garanzie processuali». Poi ha tirato nuovamente in ballo Viktor Orbán, richiamando il fumus persecutionis riconosciuto dal Parlamento europeo un anno fa, quando Strasburgo respinse la richiesta ungherese di revocarle l’immunità. Ma quella non equivale a un’assoluzione. Il suo processo è semplicemente in ghiacciaia. Un giorno ripartirà. Prima imputata del procedimento, Salis era accusata di avere preso parte a tre aggressioni e la procura chiedeva undici anni. L’unica differenza rispetto ai coimputati? Semplice: Maja T. e Marchesi sono arrivati a sentenza, Salis ancora no.

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UN PASSO INDIETRO

Vale la pena fare un passo indietro e ricordare di nuovo cosa accadde quel giorno. Una storia ormai sepolta sotto gli schiamazzi politici che hanno permesso ad Avs di trasformare Salis da imputata a eurodeputata con l’aureola. Tra il 9 e l’11 febbraio 2023 gruppi antifascisti arrivati anche dall’estero aggredirono persone ritenute appartenenti all’estrema destra durante il cosiddetto “Giorno dell’Onore”. Secondo la ricostruzione giudiziaria ungherese ci furono cinque aggressioni, con nove feriti in totale, sei dei quali gravi.

L’accusa sostiene che il gruppo avesse preparato un’azione violenta contro presunti simpatizzanti dell’estrema destra, identificati dagli antagonisti in base al “dress code”, usando anche strumenti potenzialmente idonei a provocare la morte. La Corte d’Appello ungherese ieri, va precisato, non ha accolto in toto questa impostazione: per Maja T. e Marchesi ha riqualificato uno dei ruoli da coautori a complici e ha escluso che avessero agito come membri di un gruppo criminale organizzato. Ma proprio questa correzione mostra che il verdetto non è una semplice ratifica delle richieste della procura orbaniana: l’accusa chiedeva almeno 13-14 anni per Maja T., la difesa l’assoluzione; i giudici hanno scelto sette anni. E i due anni già trascorsi in custodia cautelare saranno detratti dalla pena.

Anche per Marchesi la pena è scesa, da sette a sei anni, ma la condanna resta. Lui si trova in Italia perché la Corte d’Appello di Milano aveva negato la consegna all’Ungheria a causa delle condizioni detentive ritenute inumane. I suoi legali dovranno ora valutare eventuali ricorsi di legittimità, perché l’Ungheria potrebbe emettere un nuovo mandato d’arresto europeo. Loro, viceversa, vogliono l’esecuzione del totale della pena in Italia. Per Maja T. si parte da condizioni opposte. Arrestata a Berlino nel dicembre 2023, fu effettivamente consegnata a Budapest nel 2024. Poi la Corte costituzionale federale tedesca stabilì che quella consegna era avvenuta senza un esame adeguato dei rischi legati alle condizioni carcerarie. Ma ormai era in Ungheria. E ora la famiglia chiede il trasferimento in Germania.

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Nel fascicolo compare anche il profilo di Anna Christina Mehwald, molto meno citata in Italia: per lei la Corte ha confermato due anni, sospesi per cinque. E il caso si è allargato anche fuori dai confini magiari, visto che a Parigi la Cassazione ha confermato la consegna alla Germania di Rexhino Abazaj, detto “Gino”, militante albanese cresciuto in Italia e coinvolto nella medesima indagine. La Francia aveva in precedenza rifiutato di consegnarlo direttamente a Budapest per i famigerati timori sui diritti fondamentali.

BONELLI&FRATOIANNI

Berlino lo reclama per gli stessi fatti, poiché alcune delle persone aggredite erano tedesche. In Germania potrebbe essere condannato a dieci anni, mentre in Ungheria ne rischierebbe fino a ventiquattro. Mentre tira il pallottoliere, a dissipargli qualche incubo ci potrebbe pensare la solidarietà social di compagna Salis, comodamente a piede libero. Lei. Non perché un giudice l’abbia assolta, ma perché il processo è in ibernazione. Semmai dovesse atterrare tra noi scoprirebbe che il cattivissimo Orbán non c’è più, e potrebbe facilmente dimostrare quanto siano infondate le accuse a suo carico rinunciando allo scudo e facendosi processare come i suoi compagni. Condannati per i loro reati, ma colpevoli soprattutto di non avere il contatto di Bonelli e Fratoianni.