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Dalle carceri all'Isis

Così i jihadisti dribblano la giustizia italiana: dalle carceri alla guerriglia

Così i jihadisti dribblano la giustizia italiana: dalle carceri alla guerriglia

Terroristi, guerriglieri, fiancheggiatori: in tanti sono sfuggiti alla giustizia italiana, unica ad avere sottovalutato la loro pericolosità.
Alcuni casi eclatanti li raccontava domenica 24 agosto Repubblica, riportando per primo il caso di Raphael Gendron, «ingegnere belga considerato da tutte le polizie uno degli intellettuali della cellula islamica in Europa», ma che per la giustizia italiana non era un terrorista. «Arrestato a Bari» nel 2009 «con i complimenti dell’allora ministro degli Interni, Roberto Maroni, è stato poi assolto dalla Corte d’Appello». Uscito dal carcere, Gendron è tornato in Siria. Pochi mesi dopo è morto combattendo mentre con il vessillo di Al Qaeda e dell’Is fronteggiava l’esercito di Damasco. Eppure Gendron, per l’Italia non era un terrorista.

Gendron era stato inchiodato dalla perquisizione del suo camper mentre sbarcava in porto. «In una pen drive gli furono trovati i testi dei predicatori di Al Qaeda, il testamento di Hisham Abou Nizal, nome di combattimento del ventiquattrenne Beyayo Hisham pronto al martirio e una serie di riferimenti ad attacchi terroristici». Il suo nome era da anni nei database di tutte le polizie europee proprio per la sua pericolosità. Ma a inchiodarlo (e poi a scagionarlo in appello, dopo la condanna in primo grado, perché furono messe in dubbio le traduzioni) furono le conversazioni intercettate in cella con il suo compagno di viaggio.

Il quotidiano racconta anche la storia di Abu Dujana, detenuto e torturato per otto anni nel carcere di Guantanamo dove lo chiamavano “Nasr l’Italiano”, anche se era tunisino, perché aveva vissuto per anni a Bologna. Oggi l’uomo è diventato uno dei capi di una feroce milizia islamista infiltrata nella guerra civile della Libia, mettendo in imbarazzo l’Italia e le scelte che furono fatte. Abu era finito in carcere, in Italia, per aver fatto parte (tra il 1997 e il 2001) di una «cellula legata al gruppo salafita per la predicazione e il combattimento». Faceva base a Milano e «il suo compito era reclutare “carne fresca” da mandare al macello in mediooriente». Condannato dal tribunale di Milano a sei anni per terrorismo internazionale, poi, anche lui, era stato assolto in Appello. «Appena scarcerato è rientrato a Tunisi», conclude Repubblica, « dove fonti dell’intelligence lo hanno dato nell’ala militare di Ansar al Sharia».

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