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Così a Viale Mazzini

Fermi tutti, torna "Carosello"
Ritorno al futuro in Rai

La televisione pubblica ripropone la striscia di spot e l'Intervallo. Ma si tratterà di un'altra cosa: in onda alle 21 con la solita sigla musicale

La trasmissione ufficialmente morì nel 1977. Ma rispetto a quell'epoca inizia una nuova era. Il ripescaggio della Rai infatti non ha uno scopo nostalgico. E nemmeno educativo...
Fermi tutti, torna "Carosello"
Ritorno al futuro in Rai

di Giorgio Carbone

«E dopo Carosello tutti a nanna». Chi era bambino negli anni ’50 e ’60 non può non avere la frase tra i punti fermi dei propri personali amarcord. Alle 21.10 di quel ventennio i piccini sapevano che dovevano andare a letto. E ci andavano eccome. Non perché lo ordinavano papà e mamma (avrebbero avuto meno successo). Perché così stabiliva Topo Gigio (con la voce di Peppino Mazzullo). La Tv tanto spesso accusata di diseducare gli italiani, nel caso specifico interveniva in misura quotidiana e massiccia per educarli. Carosello (4 sketch pubblicitari di due minuti  l’uno) radunava le famiglie e nello stesso separava in maniera indolore il mondo adulto da quello piccino.

Carosello l’unica nicchia pubblicitaria quando la Tv di stato era completamente padrona del campo, morì  una quarantina d’anni or sono, quando con l’arrivo delle emittenti private, la nicchia diventò un sconfinata caverna. Ora Carosello ritorna. Lo hanno annunciato in pompa magna gli attuali dirigenti Rai. In conferenza  stampa e su diverse agenzie. Stessa ora (le 21 di sera circa) stessa (pare) sigla musicale. I cinquanta - sessantenni di oggi andranno in brodo di giuggiole, una full immersion nella nostalgia, un viaggio nel tempo, agli anni in cui avevano i calzoni corti.

Calma, il tempo perduto è per definizione perduto. Se oggi la Rai ripesca la sigla e la formuletta spettacolare non lo fa a scopo nostalgico e nemmeno con intenti educativi (come si fa a spedire a letto alle 21 un bimbetto di sette anni che in quell’ora naviga indefessamente in internet?). No, lo scopo è mandare (anzi ottenere) la pubblicità nel momento di maggiore ascolto televisivo Come dimostrano da vent’anni gli ascolti di Striscia la notizia e Affari tuoi (vuoi mettere la reclame che t’arriva infallibilmente alle 9 di sera con quella sparpagliata durante la giornata?). Quindi il nuovo Carosello è soprattutto calcolo commerciale (quanto azzeccato, lo vedremo). E fin qui è operazione  legittima. Meno legittima, anzi sgradevole, anzi bausciona la presentazione dello show redivivo,  che sarebbe solo composto di sketches di qualità, affidato a rinomati autori. Eh no mi spiace il vecchio show non era certo lo spettacolino da poverelli che magari qualcuno immagina  dato che partì ai primordi  della Tv nostrana. Non c’era soltanto Topo Gigio  a mandare i bambini a nanna. C’era Virna Lisi che con «quella bocca» grazie al Chlorodont «poteva dire tutto quello che voleva». Lo scopo di Vittorio Gassman  e delle sue poesie d’amore era quello di suggellare l’amore coi Baci Perugina). E poi Gino Cervi che dopo il brano di Shakespeare invitava a brindare con «Vecchia Romagna con etichetta nera». Nino Manfredi  sorseggiava il caffè («Se non è bbono che caffè è?») e il premio Nobel Dario Fo la bibita Recoaro. I divi portavano la loro notorietà alla reclame, ma se la vedevano restituita moltiplicata per dieci. Il pubblico andava a teatro a vedere Ernesto Calindri perché era quello che centellinava serafico il Cynar in mezzo al traffico di Piazza San Babila e fece una star di Maria Grazia Buccella perché faceva sporgere le tettone dal banco della gastronomia (lo spot dell’Invernizzina).

Mancavano gli autori? Ma non scherziamo. I maggiori registi del «rinascimento italiano» degli anni ’60 pasteggiarono a pane e Carosello: Gillo Pontecorvo potè fare solo sei film in sei lustri di carriera perché c’erano i filmetti pubblicitari a garantirgli una vita  agiata tra un’opera d’impegno e l’altra. E Pier Paolo Pasolini fu un carosellista  a full time (quando qualcuno glielo faceva rilevare, P.P.P. rispondeva: «Vivo in una società capitalistica e mi servo degli strumenti  che il capitalismo mi mette a disposizione»). Insomma erano delle grandi marchette d’autore. Dove l’autore ci impiegava tutto il suo impegno professionale. Ma si  guardava  bene dal metterci la firma. Perché  i cuori collocati a sinistra  non dovevano far sapere quello che avveniva nei portafogli situati sulle chiappe destre (cioè l’arrivo di un bel numero di milioni). Autori anche nei testi. Quegli slogan che poi diventavano proverbiali anche nei discorsi quotidiani non erano solo parto delle menti di qualche autore rivistaiolo, ma spesso di letterati illustri o destinati a diventare tali. In un passo della Vita agra Luciano Bianciardi lasciava  ad intendere che la fatidica frase «Il brandy che crea un’atmosfera» l’aveva inventata lui. Carosello ufficialmente morì nel 1977, e da allora  iniziava una nuova era. Quella degli autori che non si nascondevano più, ma anzi il mestiere lo imparavano sugli spot (il mitico Ridley Scott). Chi  spaccò le due ere fu ancora una volta il grande Fellini che con lo spot dei rigatoni stabilì che la pubblicità era attività nobile e bella che arricchiva anche le anime elette. Ma Fellini ciurlava  nel manico. Il vero arricchimento era avvenuto mezzo secolo prima, quando padri e figli, per 10 minuti, riuscivano veramente a stare insieme.

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