Leclerc vince. Finalmente. Ed è proprio questo il problema. Dopo otto stagioni in Ferrari, un fuoriclasse così avrebbe dovuto collezionare mondiali, non giornate di liberazione. Silverstone gli restituisce una vittoria sacrosanta. Ma restituisce anche la misura di quanto il suo talento sia stato sprecato. Antonelli, invece, fa tutto bene. Pole, Sprint, giri in testa, giro più veloce. In pista fino all'inverosimile. Poi arriva la Mercedes e gli ricorda che, ultimamente, il suo avversario più pericoloso non veste la tuta di un’altra squadra. Barcellona, Silverstone: due guasti, stesso copione. Sempre quando c’è da incassare.
Russell, nel frattempo, continua a fare il collezionista di punti. Sul piano prestazionale e psicologico il confronto con Kimi resta impietoso. Su quello della classifica, però, il destino continua a timbrare il cartellino al posto suo. Verstappen tira fuori il sangue da una RB22 sempre meno affidabile. Poi è proprio la Red Bull a lasciarlo a piedi. E quando il tuo pilota migliore comincia a fidarsi più della clausola d’uscita che della macchina, forse il problema non è convincerlo a restare. E' chiederglielo appellandosi a un motivo credibile.
La FIA, infine, non manca mai l’appuntamento con se stessa. Il regolamento, stavolta, è applicato alla lettera. A tradirla è il software, che annuncia una ripartenza impossibile. Così Hamilton perde l'ultima occasione per attaccare Russell.
Alla fine il Mondiale sembra avere una regola tutta sua: ai migliori chiede sempre un esame in più. Agli altri, ogni tanto, basta presentarsi quando la fortuna fa l’appello.





