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Ucraina, la lezione dei tre premier a Kiev: sono gli euroscettici la vera Europa

Giovanni Sallusti
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Non il Macron narciso perennemente attaccato al telefono col Cremlino senza cavare un ragno dal buco, non lo Scholz acerbo che si trascina dietro le troppe ambiguità merkeliane con la Russia, nemmeno il nostro Mario Draghi che già sta facendo parecchia fatica sul fronte interno. L'Europa oggi ha piuttosto il volto di questi tre signori: Mateusz Morawiecki, Petr Fiala e Janez Jansa. Rispettivamente, il premier polacco, quello ceco e quello sloveno. Tre leader, tre statisti, tre magnifici conservatori anticomunisti (e non è un dettaglio). Mateusz, Petr e Janez (quando gli uomini sono all'altezza della tragedia, chiamarli per nome non è più frivolo) sono saliti ieri sullo stesso treno, con destinazione Kiev. Proprio così, Kiev, attualmente l'inferno in terra, con l'aviazione russa che devasta, l'assedio che si stringe, i macellai ceceni alle porte. I tre condottieri dell'Est vanno all'inferno, e in una nota scrivono che «lo scopo della visita è confermare l'inequivocabile sostegno dell'intera Unione Europea alla sovranità e all'indipendenza dell'Ucraina e presentare un ampio pacchetto di sostegno allo Stato e alla società ucraini».

 

Valori non negoziabili (esistono, cari pseudorealisti putiniani, altrimenti non c'era un motivo al mondo per cui Churchill dovesse resistere contro ogni evidenza ad Hitler) e azioni concrete: che lezione. Incontrano il presidente Zelensky per mostrare vicinanza non retorica, non imbellettata in genericità pacifiste e nemmeno risolta con l'invio di qualche armamento, ma personale, carnale, la vicinanza irreversibile che dimostri solo quando schieri il tuo stesso corpo. Un atto che oscilla tra il coraggio e la temerarietà, ma che ha le sue ragioni profonde nella biografia degli uomini, e dei popoli. I quali conoscono il tallone violento dell'imperialismo comunista: polacchi e cechi erano direttamente nella "sfera d'influenza" sovietica (a Praga l'Urss mandò i carri armati a strangolare la Primavera del 1968, a Varsavia tentò in ogni modo di reprimere i moti di liberazione nazionale), gli sloveni erano inglobati nella Jugoslavia del maresciallo Tito, l'infoibatore.

 

Tutti e tre hanno alle spalle la battaglia antitotalitaria contro la più grande macchina di morte del Novecento. Morawiecki era stampatore e distributore di riviste clandestine legate a Solidarnosc, il leggendario sindacato d’opposizione fondato da Lech Walesa. Fiala, da prof universitario e cristiano battezzato quando esserlo significava persecuzione, si prodigò per ricostruire le strutture accademiche ceche saccheggiate dal bolscevismo. Jansa da giornalista criticò aspramente il regime jugoslavo, tanto che a fine anni '80 fu arrestato, processato senza avvocati e condannato a 18 mesi. Con sfumature differenti tra loro (Morawiecki è il più identitario, Fiala il più europeista) sono tre campioni del conservatorismo atlantista, perché sanno cosa vuol dire stare sotto il giogo della Grande Madre. È per questo, che i loro Paesi sono entrati nella Nato, perché posseggono per esperienza la distinzione tra vivere liberi e sopravvivere schiavi. Quando si tuona contro l'espansione dell'Alleanza, bisognerebbe adottare il loro sguardo. Come ha twittato ieri sera Morawiecki: «È qui, nella Kiev dilaniata dalla guerra, che si fa la storia. È qui che la libertà combatte contro il mondo della tirannia». Intanto, una fonte Ue ci teneva a far sapere che la loro visita «non è su mandato del Consiglio europeo». L'ennesima dimostrazione che oggi i veri europei sono questi indomiti uomini dell'Est.

 

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