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Nessuna pietà per le fasciste traditrici

Barbara De Luna, in un saggio immersivo, elabora una riflessione non scontata su un aspetto particolare del redde rationem alla fine della seconda guerra mondiale
di Marco Patricelligiovedì 15 ottobre 2026
Nessuna pietà per le fasciste traditrici

4' di lettura

La resa dei conti come lavacro collettivo. E con le donne a pagare persino di più e peggio rispetto agli uomini che pure erano stati artefici della feroce contrapposizione nella guerra civile. Barbara De Luna, in un saggio immersivo, elabora una riflessione non scontata su un aspetto particolare del redde rationem alla fine della seconda guerra mondiale, dando respiro alle carte polverose degli atti processuali e a un oblio doloso che avvolge le storie di donne, collaborazionismo e guerra civile: tutte accorpate nel titolo evocativo di Cattive italiane (Laterza, Roma-Bari 2026, pp. 224, € 20,00). Ne emerge un quadro di trasfigurazione di stereotipi con altri stereotipi uguali e contrari, poiché l’immaginario maschile le addita a negazione delle virtù femminili, paradossalmente proprio perché adottano moduli comportamentali tipici degli uomini parificandosi a essi.

Una mostrificazione di genere, emblematica di un rovesciamento dove non c’è né comprensione né perdono (e a volte neppure la pietà), ma pur sempre un pervasivo e rigido paternalismo sulla levitas animi e l’infirmitas sexus femminile, e dove la cultura del sospetto sopravanza la cultura del diritto. Le donne sono più sconfitte degli sconfitti, ben oltre la lettera scarlatta del taglio pubblico dei capelli, gli insulti, gli sputi, gli strattoni e le violenze in pubblico, perché accusate di aver collaborato col nemico invasore e di essere state dalla parte del nazifascismo. Nell’accusa c’è già la sentenza. L’onda lunga investe peraltro tutta l’Europa occupata, in un’ordalia figlia dei tempi.

VINTE PIÙ DEI VINTI
In Italia, dove la guerra civile si è manifestata in maniera più cruda delle contrapposizioni ideologiche della Francia, il reato viene introdotto con il decreto legislativo luogotenenziale del 27 luglio 1944, quando divampa ancora la guerra ma si pongono le premesse del dopo. Le donne sono state di qua e di là, sulle montagne come partigiane e con Salò come ausiliarie in uniforme, e un solo aspetto le accomuna: essere fuori dai ruoli assegnati da una società arretrata e patriarcale, in promiscuità col potere maschile di cui assorbono atteggiamenti e risoluzioni col filtro delle scelte.

Ma mentre le patriote potranno godere dell’aura di chi ha combattuto e vinto, per le fasciste non c’è riparo dalla vendetta mascherata da giustizia, sia se hanno tradito, ucciso, favorito o partecipato a crimini, sia se hanno amato l’uomo sbagliato e la causa sbagliata. Il solo fatto di esserci state è una colpa.

Il 22 aprile 1945, tre giorni prima del proclama di insurrezione generale, vengono istituite le Corti d’Assise Straordinarie (CAS) come organi di giustizia con un presidente togato e quattro giudici popolari nominati dai locali Comitati di Liberazione Nazionale. È la spettacolarizzazione del processo, proiezione della piazza rivoluzionaria dove sferruzzavano le tricoteuses in attesa che calasse la lama della ghigliottina. Quelle donne nella scala del discredito sono persino un gradino più in basso dei traditori della nazione perché hanno o abdicato ai valori della femminilità o l’hanno adoperata immoralmente.

In seguito la Corte di Cassazione demolirà la massa di sentenze di condanna delle CAS, in punta di diritto, fino al colpo di spugna del guardasigilli Palmiro Togliatti con l’amnistia «per reati comuni politici e militari» emanata il 22 giugno 1946 che, nel segno della riconciliazione nazionale, restituisce alla libertà i condannati a meno di cinque anni di reclusione e riduce le pene più severe. Si cerca così di riparametrare la normalità e inquadrarne una nuova, in cui alle donne è stato concesso il diritto di voto ma non ancora un’emancipazione piena e fattuale.

De Luna ha attinto a 215 processi per collaborazionismo dai fondi delle Corti d’Assise Straordinarie di Torino, Bologna, Modena, Ferrara e Reggio Emilia e ha passato al vaglio i 104 fascicoli conservati nella Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Torino che riguardano i procedimenti archiviati e le domande di grazia di circa trenta imputate all’Archivio Centrale dello Stato di Roma.

AMORE E MORTE
Non tutte le storie delle “cattive italiane”, ovviamente, e non necessariamente di “cattivi tedeschi”. Otto, un giovane paracadutista di stanza a Sulmona, si era innamorato della figlia del padrone di casa dove alloggiava. Appreso che sarebbe stato trasferito al fronte di Cassino, promise che se fosse sopravvissuto alla battaglia e alla guerra sarebbe tornato e avrebbe preso in moglie la ragazza. Otto tornò, si sposò e rimase tutta la vita a Sulmona, rispettato e stimato, come sua moglie d’altronde, e fu un matrimonio felice. Ma questa è un’eccezione.

Un’altra eccezione, ma perché ancora più negativa per il tono dei processi alle “cattive italiane”, è del 22 maggio 1945 a Trasacco, sempre nell’Aquilano. La ventitreenne Maria Carlesimo, appena rientrata in paese, viene brutalmente seviziata e giustiziata da una folla inferocita che aveva preso d’assalto pure la locale caserma dei carabinieri che cercavano di sottrarla alla sanguinaria furia popolare. L’anno prima la giovane si era innamorata di un sottufficiale tedesco e poi l’aveva seguito in ritirata verso la Linea Gotica. La popolazione locale, che l’aveva soprannominata “Faccetta nera”, la riteneva implicata nella delazione che aveva provocato la fucilazione di quattro trasaccani il 31 maggio 1944. Per Maria non ci fu pietà. Strappata a forza ai militari dell’Arma, non le fu risparmiato nessun orrore: venne finita in piazza, appesa a un albero di olmo, a colpi di mannaia, roncola e coltello.

La Corte d’assise dell’Aquila nel 1948, che affrontò la vicenda col metro del diritto, parlò di dicerie e di nessuna prova. L’albero della vergogna dov’era stata trucidata verrà abbattuto nel 1950. Ecco perché il libro di De Luna, concentrato sull’universo femminile, non è quindi solo una rassegna di belve, mantidi, virago, seduttrici seriali e spie spregiudicate e disinibite, ma un elemento di riflessione su quanto sia stato difficile fare i conti con la storia. E con la coscienza, anche quella collettiva.