Per gentile concessione di Tab edizioni, pubblichiamo un estratto del libro "L'alluvione di Firenze" in occasione del 60esimo anniversario della tragedia che piegò la città
Nasce sul confine, l’Arno, tra Romagna e Toscana, a 1654 metri di quota. Poi scende verso il Casentino: Stia, Pratovecchio, Ponte a Poppi, Bibbiena, Ràssina, Santa Mama, Subbiano, Capolona. Punta su Arezzo ma improvvisamente, e con ampia curva, svolta verso nord. Passa Ponte Buriano, Monte Sopra Rondine, la Penna, si infila tra Terranova e Montevarchi, poi attraversa San Giovanni, Figline, Incisa, Rignano e poi su, verso Pontassieve. Lì le acque d’Arno s’uniscono a quelle del Sieve, che a sua volta raccoglie tutti i rivi del Mugello. E nella notte fra il 3 e il 4 novembre ’66 quelle acque sono davvero smisurate, come in un incubo monsonico: tre mesi di pioggia in un giorno. Non ce la fa, l’Arno. Non ne può più di gonfiare quel suo letto malandato.
Noi in Toscana la chiamiamo “guerra dell’Arno”, e non c’è dubbio che Firenze fu l’epicentro del più grande terremoto d’acqua e melma che si ricordi. [...] Sono le 11 di sera del 3 novembre e a Ponte a Poppi l’acqua invade prima le strade e poi le case. Ci eravamo abituati, all’inizio ci sembrò l’acqua d’ogni novembre. Io stavo al secondo piano. Quando sentii i mobili galleggiare e sbattere gli uni contro gli altri, compresi che quella notte, quella nuova guerra sarebbe stata molto peggio di ogni altra acqua alta. Gonfia, l’Arno, e non si accontenta di inondare Ponte a Poppi. Allaga le terre del Casentino. Bene, almeno si sfoga... Sì, potrebbe sfogarsi, magari a Campaldino, nella piana della grande battaglia. Invece no. Prosegue e gonfia.
L’INCUBO INCOMBE
Incontra due dighe, il fiume furioso: la Penna prima e Levane poi. Alla Penna, l’onda arriva presto e nessuno sa cosa fare. Già nel pomeriggio del 3 novembre la pressione è enorme: dobbiamo aprire? Far sfogare il fiume? O resistere, fintanto che è possibile? Quanto continuerà a salire quest’acqua bastarda? Resistiamo. Non può montare ancora. Beato ottimismo.
La sera, la situazione è insostenibile: la diga non ne può più e ci si prepara al peggio. Basta, tocca aprire. Così vengono aperte le bocche della Penna e poi quelle della diga di Levane, prima che l’onda distrugga lo sbarramento. Sono tutti impotenti di fronte alla portata di quella montagna d’acqua che si sta riversando a valle. E l’alluvione s’abbatte sul Valdar no.
Nelle piatte campagne della valle lo spettacolo è mostruoso: famiglie sui tetti dei casolari, carcasse d’animali alla deriva, acqua e fango dappertutto.
Intanto continua a piovere, e la piena non rallenta. L’Arno impazzito distrugge tutto quello che incontra, e non frena la sua ira, anzi, monta. Monta e trova nuovo, feroce vigore proprio lì, dove incrocia acque e arme con il Sieve. È come se tutto il Mugello, il Casentino e l’alta valle dell’Arno si riversassero, alle porte di Firenze, nel letto ormai sfondato del fiume furioso. L’Arno monta, tutto trascinando con sé, verso la città. Contro la città. 4 novembre 1966. Dorme, Firenze, aspettando un giorno di festa. 4 novembre, venerdì. Festa delle Forze armate. Nessuno al lavoro, e neppure a messa: festa civile, tutti a casa. Dorme, Firenze. Ma l’acqua sale. E nessuno la sveglia. Il primo a essere svegliato è il colonnello dei carabinieri. È la centrale operativa: dal Valdarno continuano a telefonare chiedendo interventi d’emergenza. Poi svegliano il sindaco, Piero Bargellini. Quindi il prefetto, il dottor de Bernart, che ha appena preso servizio a Firenze. Tutti insieme, colonnello sindaco e prefetto, non sanno cosa fare: a Ponte Vecchio l’acqua è a un metro dalle arcate. Avvertire la popolazione? Ma cosa potrebbe accadere dando l’allarme in una città di quasi quattrocentomila abitanti in piena notte? E poi, è davvero possibile che la situazione peggiori e l’acqua monti ancora? [...]
FEROCE SACCHEGGIO
A parte colonnello, sindaco, prefetto, una guardia notturna, una decina d’orafi, un gruppo di ragazzotti e due carabinieri cui nessuno dà ordini, Firenze dorme. La città è imbandita di bandiere tricolori e stand dell’esercito, tutti pronti a dare il benvenuto alle nostre gloriose Forze armate in festa. Ma verso le 3 di quel buio mattino d’autunno, ben altra fu l’armata che venne a far breccia in Firenze, pronta per un feroce, durissimo e inatteso saccheggio. Alle 3 di notte il Mugnone straripa e allaga le Cascine. Alle 3 e mezzo l’Arno rompe gli argini. A Rovezzano, a San Salvi, a Varlungo. Non basta. Le vecchie fogne cittadine non ce la fanno più ed esplodono. Ora anche dai tombini arriva l’acqua, sono getti potenti, alti un metro. [...] Una dopo l’altra cominciarono a saltare le cabine elettriche. Casa dopo casa: il telefono tacque, la luce si spense, i rubinetti s’inaridirono, il gas se ne andò. I fiorentini ancora svegli accesero le candele, la città tornò indietro di secoli, molti si accorsero, con spavento improvviso, della loro fragilità, e si sentirono indifesi. Il fiume corre e non ha nessuna intenzione di calare. Roboante il suo incedere. Sono le 7 di mattina quando cede la prima spalletta, quella di piazza Cavalleggeri, e il fiume furioso invade la Biblioteca Nazionale e Santa Croce.




