Il rischio è esattamente quello dell’automotive. Chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati. Il problema è che nel caso dell’auto, con la Ue che si è parzialmente accorta del passo falso sul green deal, il danno è rimasto circoscritto ad un’unica filiera. Danno devastante, considerato l’indotto e il peso del comparto sulla manifattura, ma comunque limitato. Ora la posta in gioco è più alta. L’Ue rischia la recessione, ma finché non sarà conclamata Bruxelles non è disposta a fare passi indietro sulle regole suicide del Patto di stabilità. Il che significa impossibilità di avere risorse per fronteggiare la crisi. Qualche giorno fa il vicepresidente della Commissione Stéphane Séjourné, in visita a Roma, ha spiegato che i Paesi membri dell'Ue possono «sempre contare» sulla Commissione Europea per avere «maggiore flessibilità», nel caso di «crisi sistemiche» o di gravi «tensioni internazionali».
È fatta, sospendiamo il Patto per la crisi in Medio Oriente? Macché. Poche ore dopo il falco Valdis Dombrovskis, pure lui vicepresidente, ma anche commissario per l’economia, ha spiegato che «per quanto riguarda la clausola di salvaguardia generale», che permette di chiedere il congelamento dei vincoli sul deficit, «essa è prevista per affrontare un grave rallentamento economico nell'Ue o nell'area euro nel suo complesso. Attualmente non ci troviamo in questo scenario». Posizione ribadita ieri e, guarda un po’, appoggiata anche dal Fondo monetario internazionale. «Molti Paesi europei sono impegnati per ridurre i deficit fiscali. È molto importante mantenre il passo, non deviare, proseguire il riallineamento fiscale», ha detto il capo economista, Pierre-Olivier Gourinchas, dicendo anche che qualsiasi tipo di aiuto per famiglie e imprese sull’energia, dovrà essere «mirato e molto temporaneo». Il rischio, ha spiegato, è che i sussidi finanziati in deficit una volta messi siano difficili da togliere. Nulla di più vero, basta guardare a reddito di cittadinanza e superbonus.
Pensioni, l'assegno extra in busta paga: ecco come averlo (subito)
Nel 2026 i lavoratori dipendenti che hanno già maturato o matureranno entro l’anno i requisiti per la pensi...Incubo ventilato persino da Giovanni Tria, il ministro che firmò (controvoglia) la legge sulla paghetta grillina, ma che ora lancia l’allarme sui soldi sperperati: «Vanno evitate spese sconsiderate». Però poi lo stesso Fmi ha tagliato al 3,1% le stime di crescita globale e allo 0,5% quelle dell’Italia, una sforbiciata dello 0,2%. Aggiungendo che l’inflazione salirà alle stelle. Il che significa probabile aumento dei tassi d’interesse e ulteriori spinte recessive. Corriamo ai ripari? No, finché non si muore, è il mantra dei burocrati europei e mondiali, non arriveranno cure. Ieri, dopo i ripetuti appelli del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, le dure prese di posizione del leader della Lega, Matteo Salvini («Se l’Ue non ci dà l’autorizzazione, faremo da soli») e gli avvertimenti del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, anche la premier Giorgia Meloni si è fatta carico di avvertire la Ue. «C'è bisogno che l'Europa non arrivi troppo tardi, c'è bisogno che abbia coraggio, che ridiscuta il Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), la sospensione dell'Ets (la tassa su chi inquina) e prenda in considerazione una sospensione generalizzata del Patto di stabilità». La tesi, non peregrina, è che «dovremmo cercare di ragionare non semplicemente di gestione di una crisi ma di prevenzione di una crisi». Buon senso che viene chiesto a gran voce anche da Confindustria e dai costruttori dell’Ance. Categorie che non perdono occasione per chiedere aiuti pubblici, ma che hanno anche il polso dell’economia reale. Così come i sindacati, con la leader della Cisl, Daniela Fumarola, che invoca l’immediata sospensione del Patto. A difendere le ragioni della Ue, stop solo in caso di recessione, c’è anche Carlo Cottarelli, che però indica anche la strada per un piano B, da non sottovalutare: «Se la crisi diventasse seria, potremmo anche considerare di fare come Germania e Francia, che hanno deficit del 4 e 5%. Se noi arrivassimo al 3,5% saremmo comunque meglio».




