Cinque giorni di Festival dell’Economia, a Trento, organizzati dal Sole 24Ore con le meglio teste d’Italia in tema di affari, soldi, innovazione. Ministri, ex ministri, professori, industriali, politici, destra e sinistra, cervelli in fuga richiamati a portare la loro testimonianza. E un grande assente: il programma economico dell’opposizione. Pd, M5S e Avs stanno impostando la campagna elettorale che ci accompagnerà per un anno sulla bassa crescita dell’Italia, all’insegna del «quando ci saremo noi...», sanità gratis per tutti, energia a basso costo senza nucleare e stipendi alti. Già, ma come? E qui cala il silenzio e si spalancano stupiti gli occhi progressisti, come quelli dei bambini quando viene fatta loro una domanda inaspettata: perché, dobbiamo anche preoccuparci di come mantenere le promesse che facciamo? Il che, nella fattispecie sarebbe: su quali leve puntare per far crescere l’economia e da dove trarre le risorse per rispettare gli impegni senza sfasciare i conti. «Non voglio dare a Elly Schlein e Giuseppe Conte consigli non richiesti», chiosa elegantemente il due volte premier che capeggiò l’Ulivo. Raramente un silenzio ha detto tante cose.
Non ce n’era uno, a Trento, forse inclusa la leader del Pd, che fosse persuaso che l’attuale opposizione, qualora andasse al governo, sarebbe in grado di muovere l’economia senza aumentare spaventosamente il debito a colpi di spesa pubblica. Si accettano smentite se non è così. La stesura del programma del campo largo è stata rinviata a dopo le ferie, perché non governare stanca. Qualche anticipazione però c’è, ed è lecito tremare. Primo punto, aumentare la produzione industriale, ma senza indicare su quali settori investire; anzi, difendendo settori come elettrodomestici e auto, anche se di marchi italiani non ce ne sono più e ormai questi prodotti non li fanno neppure in Germania perché né noi né i tedeschi possiamo più essere competitivi con Asia ed Est Europa. Secondo, aumentare gli stipendi, senza però preoccuparsi di come alzare il valore effettivo che un’ora di lavoro in Italia produce, fattore che sta alla base di ogni crescita che non diventi solo inflazione e debito. Terzo: bonus e investimenti pubblici, ma guai a porsi il problema di come generare il denaro per finanziarli senza aumentare ulteriormente il debito. Quarto, conversione totale all’energia pulita, e questo in realtà sarebbe l’obiettivo di tutti; non fosse che i maggiori paletti a fotovoltaico ed eolico sono nelle Regioni storicamente amministrate dalla sinistra e che tre quarti del campo largo ostacola pannelli, pale e nucleare. Salvo però attaccare Meloni per aver prorogato il taglio alle accise; e sì che negli ultimi tre anni non c’è stata settimana nella quale Bonelli, Fratoianni e compagni non abbiano rinfacciato alla premier di non aver dato fede al video in cui, quando era all’opposizione, prometteva di farle sparire.
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C’è un problema nel “campo largo” e si chiama Giuseppe Conte. O meglio: si chiama Giuseppe Cont...Quinto, aggressione al governo perché il boom dell’occupazione è dovuto ai cinquantenni; quasi che non fosse un bene e dovessimo tornare ai tempi delle baby pensioni. Sesto, alzare la spesa in Welfare, soprattutto in Sanità, scambiando il dovere dell’assistenza per un fattore di sviluppo economico e non una fonte di spesa di risorse che dovremmo prima preoccuparci di creare. Settimo, inesistenti nelle proposte della sinistra la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la tecnologia, queste sconosciute, il settore dei servizi, motore di crescita perfino in Cina superiore alla manifattura. Ottavo, la sacrosanta lotta all’evasione come panacea, anche se essa è già conteggiata nel Pil e una sua emersione porterebbe il livello di pressione fiscale oltre il 50%, quindi ad altezze insostenibili, paralizzanti di ogni economia, traducendosi così in un giusto riequilibrio del carico delle tasse ma non in maggiori risorse. Morale: a Trento, dem, verdi e grillini dovrebbero andarci in viaggio di studio e non marcare visita o, peggio, sdottoreggiare dal palco, terrorizzando la platea e gli interlocutori, finanche quelli amici. A Trento c’erano i cervelli in fuga, si è detto; ma si è registrata soprattutto la fuga del cervello dalle teste dell’opposizione.




