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Putin, da tassista a Zar. "Così ha imparato a essere spietato", quello che non si sapeva sul padrone della Russia

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Gianluca Veneziani
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Avrebbe potuto essere un pilota d'aereo o un tassista. E invece si è trovato a condurre il Paese più grande al mondo. Lo hanno idolatrato o lo hanno demonizzato ma «di una cosa possiamo essere certi: Putin non è un profeta mandato da Dio e neppure fa parte delle schiere di Satana». Già da queste battute si coglie la volontà di raccontare senza passioni di parte e pregiudizi uno dei politici più ingombranti del nostro tempo. E si apprezza il tentativo di andare oltre il personaggio pubblico e di scavare nel suo intimo e nella sua infanzia, compiendo una specie di viaggio nell'anima dell'uomo Putin. Al fine di capire chi sia davvero il presidente di tutte le Russie. E come abbia fatto a diventare ciò che è oggi. Uno zar. Anzi, l'ultimo zar. Assomiglia agli avvincenti profili dei potenti tracciati nell'antichità da Svetonio o Plutarco l'opera che Nicolai Lilin, scrittore russo celebre per il romanzo Educazione siberiana, ha appena dato alle stampe, ossia Putin. L'ultimo zar (Piemme, pp. 194, euro 17,50). Sfogliandolo, ti imbatti nei luoghi e nei momenti decisivi che hanno contribuito alla formazione del presidente della Russia; un'educazione che, se non è stata "siberiana", segnata cioè da violenza e regole feroci, è stata in modo altrettanto duro "pietroburghese". Il Putin di oggi è il prodotto di quel ragazzo cresciuto nel vicolo Baskov, in un quartiere ad alto tasso di criminalità dell'allora Leningrado. Un ragazzo che si è fatto le ossa per strada, dove ha imparato le leggi della sopravvivenza, dell'autodifesa, all'insegna di motti efficaci come «Bisogna picchiare per primi». In quella «società a margine» il giovane Putin ha capito, a suon di pugni dati e presi, come farsi spazio nella vita, apprendendo l'arte della tenacia, ma anche educandosi alla spietatezza, a disprezzare «la debolezza e il tradimento» e a dare gran valore alla «forza» e alla «lealtà».

IL SAMBO
 Quell'università della strada lo avrebbe portato sulla cattiva strada se non fosse stata compensata da un'altra palestra, quella dello sport, grazie a cui Putin comprese come incanalare la violenza e darle una disciplina. Fu praticando il sambo, una forma di lotta molto diffusa in Russia, e poi il judo che il giovane Vladimir maturò la «capacità di concentrarsi», l'abnegazione e la dedizione estreme alla causa, sviluppando il coraggio e un'«invidiabile resistenza». Ma soprattutto plasmò la propria personalità in nome dell'«autodisciplina». In questo percorso di formazione fu decisivo il suo arruolamento come spia del Kgb. In quel momento Putin ancora sognava di diventare pilota d'aereo, ma a spingerlo a cambiare idea fu l'ambizione: un agente segreto poteva «ottenere con le sue sole forze risultati superiori a quelli di un intero esercito». Lo dimostrò lui stesso nel 1989 quando, di stanza come spia nella Germania Est, affrontò da solo una folla di manifestanti tedeschi che provava ad assaltare il quartier generale degli 007 sovietici: «Vi chiedo di trattenervi dalla decisione di entrare», disse. «I miei compagni sono armati e ho dato disposizione di difendere il palazzo». In poco tempo i manifestanti, impauriti, se ne andarono tutti. Nel ruolo di spia il futuro presidente dalla Russia allenò l'attitudine a usare le informazioni, comunicare e persuadere.

Ma fu dopo lo sfascio dell'Urss e un anno di stenti in cui «Putin non ricevette un rublo» e «pensò perfino di fare il tassista», che la sua vita svoltò in modo radicale. Entrò in politica, prima come direttore del Comitato per le relazioni estere a San Pietroburgo, quindi come vicesindaco-factotum della città, e così imparò a gestire il comando e a prendere le decisioni, che è appunto l'arte di un Cesare, o meglio di uno Zar; e affinò il cinismo dell'uomo che vuole arrivare al potere e restarci, trasformandosi in un «predatore capace di gettarsi nella mischia composta di "sciacalli" d'ogni tipo». In quel periodo si addensarono su di lui le maggiori ombre: Putin incappò nelle accuse di corruzione, di legami con la criminalità organizzata e con aziende internazionali in odore di riciclaggio di denaro sporco. Da queste imputazioni Putin è sempre uscito indenne, nonostante restino a suo carico vari sospetti. Di sicuro la spregiudicatezza da lui mostrata era quasi imprescindibile per resistere nella lotta per il potere seguita al crollo del regime sovietico. «Un "pragmatismo" comprensibile, quello fiorito in Putin», nota Lilin. «Di politici o amministratori onesti non ce n'erano. Coloro che stavano al potere dovevano collaborare con la criminalità organizzata e con i primi oligarchi, giocando al loro gioco, pena l'eliminazione».

 

 

LE DOTI
Oltre a consolidare rapporti con gli uomini più potenti di Russia, in quegli anni Putin mise a frutto le sue doti di leadership, cosa che gli consentì nel 1999 di diventare premier e subito dopo presidente. In quel frangente dimostrò di essere l'«uomo forte» di cui la Russia aveva bisogno, favorito da una circostanza apparentemente imprevista: nell'autunno 1999 i terroristi islamici della Cecenia seminarono il panico, con vari attentati in Daghestan e a Mosca. Putin prese in pugno la situazione, pronunciando frasi a effetto come «Perseguiteremo dappertutto i terroristi e, quando li troveremo, li butteremo nella tazza del cesso»; o cimentandosi in azioni da Rambo, atterrando a bordo di un aereo militare, tra raffiche di mitragliatrici nemiche, nel cuore del territorio coinvolto nel conflitto. Quelle parole e quelle azioni restituirono ai russi l'orgoglio nazionale e diedero loro la consapevolezza di essere nelle mani di un capo in grado di difenderli. Su questo patriottismo insieme simbolico, militare e religioso Putin ha lavorato sodo durante i suoi mandati, potenziando l'esercito e il sistema della difesa, rinsaldando i rapporti con la Chiesa ortodossa e proponendosi come l'incarnazione dei valori tradizionali della Russia. Un quadro idilliaco, quello di Putin tracciato da Lilin?

Macché. L'autore, oltre a non tacere sulle tante morti sospette durante il suo ventennio al potere e a condannare la sua svolta ultra-autoritaria con le recenti modifiche alla Costituzione, pone l'accento sull'immobilismo della politica e della società russa e sul mancato riformismo di Putin: egli ha lasciato la situazione economica cristallizzata, consentendo agli oligarchi di continuare a spadroneggiare e alla corruzione di dilagare; e poi ha consegnato al mondo un'immagine stantìa della Russia come vittima di un accerchiamento globale da cui è tenuta a difendersi. Una stasi che ricorda quella dei tempi dell'Urss. Come allora, «sembra che il tempo non scorra all'interno delle mura del Cremlino». Ma forse il congelamento dello status quo è il trucco con cui il presidente della Russia prova a rendersi immortale. Sentendosi destinatario di quella benedizione che un altro uomo enigmatico come Rasputin consegnò al nonno di Putin, che lo serviva da cuoco in un ristorante. «Bravo Putin», gli disse il monaco. «Ti benedico per la gloria di Dio e la Russia patria nostra». Rasputin era chiamato "il santo diavolo", e forse lo stesso potrebbe dirsi dello Zar-putin.

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