Per comprendere l’atteggiamento della Polonia nei confronti della Russia, ieri come oggi, basta la storia. Dal 1919 a marzo 1939 lo Stato maggiore dell’esercito polacco non aveva elaborato nessun piano strategico contro la Germania revanscista e riarmata, mentre nel 1935 ne aveva studiato uno dettagliato contro l’Unione Sovietica (Piano W, Wschód, est) completato nel febbraio 1939, perché la minaccia sovietica era percepita più incombente e pericolosa di quella hitleriana. Errore di calcolo, ma conoscenza approfondita del vicino slavo. Quando Varsavia predicava isolata sui rischi del plauso dell’Europa a Vladimir Putin e sul credito di fiducia senza corrispettivo, sapeva di cosa parlava.
La storia ha dato ragione a quegli allarmi inascoltati (basta andare a riascoltare), e smentito l’aria di sufficienza per il riarmo polacco e sulla quota del Pil per le spese militari che sopravanzava gli standard dell’Ue. Quando poi Putin ha attaccato l’Ucraina la bella addormentata di Bruxelles ha aperto gli occhi, anche se non ha azzeccato una sola mossa sullo scenario della crisi. Oggi la chiusura imposta dall’alto al conflitto russo-ucraino riporta la Polonia a essere la frontiera orientale d’Europa, senza uno Stato-cuscinetto la cui deterrenza militare sarà ridotta ai minimi termini, mentre la Bielorussia preme sul fianco e ha già fatto alcune prove con la guerra ibrida dell’immissione di clandestini dalle foreste di confine.
Volodymyr Zelensky, ecco perché ora è solo: cosa può accadere
Ci sono sostanzialmente due motivi per cui il presidente ucraino Zelensky prima di ieri si era rifiutato di licenziare i...Il riassetto geopolitico in quella parte del Vecchio continente fa venire i brividi ai tre Stati baltici, per la pervicace politica putiniana di portare la Russia dove ci sono i russi. Ma in Estonia, Lettonia e Lituania i russi ci sono perché ce li mise Stalin che uccise e deportò nei gulag estoni, lettoni e lituani per snazionalizzare le tre repubbliche, dove il problema delle minoranze è una cosa serissima. I baltici furono assegnati a Stalin dal Patto Ribbentrop-Molotov e tra il 16 e il 17 giugno 1940 furono inghiottiti in un boccone dall’orso russo. Recuperarono l’indipendenza dopo la commovente catena umana di 600 chilometri di due milioni di persone il 23 agosto 1989 (50° del Patto) e pagando un prezzo di sangue. L’ingresso nella Nato, per le ex periferie dell’impero sovietico e per i pezzi che se ne erano distaccati, è una specie di trattato di controassicurazione all’indipendenza.
Putin nei giorni scorsi ha assicurato da Bishkek, capitale del Kirghizistan, che il programma di riarmo guidato dalla Russia con Bielorussia, Kazakistan e Tagikistan (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, Csto) non è in funzione anti-Nato. E già questo dovrebbe allertare: si incastra infatti perfettamente con la smilitarizzazione dell’Ucraina e l’imposizione a Kiev di rinunciare a entrare nell’Alleanza atlantica, quindi lo scenario operativo è proprio quello europeo. È tutto in perfetto stile putiniano, come la condizione posta dal Cremlino del ritiro delle truppe ucraine dal Donbass, come se l’avessero occupato loro quando invece è stato l’esercito russo a invaderlo.
Le sue rassicurazioni sono le stesse della vigilia dell’Operazione militare speciale: quando Washington avvertiva che stavano per scoppiare le ostilità lui faceva spallucce, chiedendo retoricamente se i servizi segreti americani conoscevano anche giorno e ora dell’attacco. Nei Paesi baltici la minoranza russa ha rialzato la testa e ha alzato la voce. Un caso? Tallin, Riga e Vilnius hanno un problema in casa, Varsavia ce l’ha col Corridoio di Suwalki che sfonda verso l’exclave russa di Kaliningrad. Basta e avanza per non fidarsi.




