È fuggi fuggi tra gli oligarchi vicini a Viktor Orban. Da quando Péter Magyar ha vinto le elezioni del 12 aprile, almeno tre esponenti del clan del primo ministro ungherese uscente hanno cominciato a spostare le loro ricchezze negli Stati Uniti, in Arabia Saudita, Oman o negli Emirati, ma anche in Australia e Singapore. A svelare le manovre ci pensa Il Guardian. Il quotidiano britannico racconta di jet privati carichi di soldi che stanno decollando da Vienna, di capitali spostati all’estero, di qualcuno che sta cercando di procurarsi un visto per trovare un rifugio. E proprio gli Stati Uniti, secondo il giornalista d’inchiesta Szabolcs Panyi, hanno preparato da tempo un piano B per il cerchio magico dell’ex premier.
Lo stesso premier in pectore ha lanciato l'allarme su X denunciato il tentativo degli "oligarchi legati a Orbán" di nascondere i loro capitali all’estero. E alcuni ex fedelissimi dell’autocrate avrebbero "ritirato i bambini dalle scuole" e si sarebbero "affidati a personale di sicurezza fidato" per scappare dall’Ungheria. Da qui l'appello al procuratore generale - un uomo vicino a Orbán -, al capo della polizia e al responsabile dell’ufficio delle tasse affinché "fermino i criminali" e a "non consentirgli di fuggire" in paesi che non siano legati da un accordo di estradizione con l’Ungheria.
Orban, lo strano "dittatore" battuto nelle urne
Ungheria. Ovvero lo strano caso dell’«autocrate» macché: del «dittatore» - che perd...Magyar, leader di Tisza, non ha mai nascosto di voler smantellare il sistema costruito da Orbán. Tra gli obiettivi quello di sospendere i media pubblici e rifondarli su basi etiche e di indipendenza. "Quello che sta accadendo qui dal 2010 è qualcosa che Goebbels o la leadership nordcoreana ammirerebbero: non viene pronunciata una sola parola di verità. Questo non può continuare", aveva tuonato nella sua prima intervista alla tv di Stato.




