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OPINIONE

L'Occidente diviso e la vera origine della guerra in Ucraina

di Giulio Sapellilunedì 11 maggio 2026
L'Occidente diviso e la vera origine della guerra in Ucraina

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Dall’anno 2000, per circa un decennio, partecipai, sempre con un invito dell’Agenzia Novosti che mi era stato rivolto come studioso indipendente, alle riunioni del Club Valdai, un organismo che svolge una meritoria attività di analisi e di studio, ma che oggi, a differenza del passato, coinvolge soltanto studiosi russi e delle nazioni che della Russia condividono le posizioni internazionali e politiche. Un tempo, invece, il Valdai lavorava con lo scopo di avvicinare sempre più la Russia al mondo occidentale, sino a giungere a immaginare un’appartenenza della stessa Russia all’Unione europea e alla Nato. Allora sembrava possibile continuare quel processo iniziato con Gorbaciov e che non si era interrotto neppure quando - come reazione alla corruttela del sistema e della sua svendita alla finanza anglo sferica - la coorte incarnata da Vladimir Putin aveva conquistato il potere per difendere l’onore e le risorse della Russia, minacciate dalla svendita che il regime di Eltsin precedente permetteva, complice della rapina. L’obiettivo del Valdai era contribuire a cercare di impedire - con la forza della cultura - il fatto che la frontiera ucraino -polacco -baltica si trasformasse in una nuova Cortina di ferro, senza più quel bilanciamento dei poteri, minaccioso ma anche stabilmente rassicurante, ch’era tipico della Guerra Fredda.

Una Russia indebolita e privata del suo impero si sarebbe infatti sentita minacciata ed esposta al peso potente dei suoi ex Stati un tempo dominati e soggiogati. Occorreva evitare un processo siffatto che avrebbe, così come è stato, generato solo conflitti e tensioni pericolose per la pace mondiale. I partecipanti alle prime riunioni del Valdai ne erano convinti. Ad esse o meglio, alle sessioni finali, lo stesso Putin partecipava di persona, senza protocollo e con grande disponibilità al confronto. Occorreva contrastare il formarsi di quel senso di risentimento per la perdita dell’impero che aveva sempre caratterizzato la storia russa. Se la Russia avesse iniziato a sentirsi minacciata si sarebbero scatenate quelle forze che gli studiosi della sua storia conoscevano bene. Ne discutevo spesso, durante le riunioni, con chi ne sapeva assai più di me: l’amica che a quei tempi più mi era vicina in quelle riunioni moscovite e leningradesi: Hélène Carrère d’Encausse, la studiosa più intelligente- con Dominique Lieven- della Russia ch’io abbia mai conosciuto. Hélène era convinta che la paura della Russia di essere invasa e via via indebolita, avrebbe generato quello che poi accadde e che la stessa Hélène, a torto accusata di essere filo putiniana, aveva previsto: quella guerra all’Ucraina che lei stessa fu la prima a condannare, guerra che avrebbe devastato non solo l’Europa ma tutto il mondo, come vediamo nel Golfo. Guerre che si sono scatenate nella preoccupante divisione dell’Occidente.

Tutto perché la Guerra Fredda è finita sì, ma senza che il sistema di equilibrio internazionale trovasse una sua nuova forma di stabilità, terrore o non terrore. Tutte le medie potenze oggi si muovono l’una contro l’altra armate e gli Stati Uniti non riescono più, dalle alte vette del potere mondiale, a esercitare una funzione di controllo egemonico: devono ricorre alle armi. E questo oggi trasforma le guerre tradizionali in guerre permanenti, per il salto tecnologico avvenuto in questi decenni come dimostra la «fabbrica ucraina» dei droni, che mette in scacco i missili. Ma ciò che è più devastante è appunto la divisione dell’Occidente. Mentre gli Stati Uniti e l’Iran trattano separatamente dagli alleati della Nato, le nazioni europee che formano l’Ue si riconoscono nella proposta formulata nel marzo di quest’anno dal Canada. Unitamente ai membri del G7, con Regno Unito, Francia, Italia, Germania e Giappone, il Canada, che è la nazione occidentale oggi forse più in forte polemica con il Presidente Trump (e ne ha ben donde visti i desideri di annessione del Presidente per eccellenza...) ha presentato una proposta e una dichiarazione congiunta per garantire la sicurezza e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, condannando i tentativi dell’Iran di bloccare lo stretto e chiedendo la fine immediata delle minacce, inclusi l’uso di droni, missili e la posa di mine, così da garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali e stabilizzare i mercati energetici.

Tutto questo precisando, però, pensate un po’, che non si parteciperà con un intervento militare diretto, quindi senza inviare truppe, aerei o navi da guerra in combattimento, ma solo come attività di supporto, di scorta ai tanker e alle operazioni di sminamento. Una risposta negativa alle pressioni del presidente americano che aveva richiesto, invece, un maggiore coinvolgimento degli alleati Nato. Una Nato, dunque, inesistente, tanto da non svolgere l’attività per cui è nata. Ora mettetevi nei panni tanto di Putin quanto di Zelensky e ditemi se l’insicurezza e il timore per la fine del mondo non possono far altro che crescere.