Né un trionfo assoluto del presidente americano, Donald Trump, né un «gioco lungo e incerto in cui alla fine la spunta l'Iran»: il quadro che emerge dalla lunga trattativa diplomatica tra Washington e Teheran ha più risvolti da considerare, secondo Andrea Gilli, docente di Studi strategici alla University of St. Andrews, con un curriculum che comprende il Nato Defense College e le università di Stanford e Harvard.
Trump otterrà un regime meno canaglia e il congelamento del programma nucleare iraniano?
«È un accordo temporaneo, un memorandum di intesa di 60 giorni, prorogabile, nato dopo mesi di guerra, attacchi israeliani-americani e blocco dello Stretto di Hormuz. Trump ha ottenuto la riapertura dello Stretto, fondamentale per il commercio globale, l’impegno iraniano a non perseguire armi nucleari e a negoziare la sospensione dell’arricchimento dell’uranio a cui si aggiunge la rimozione del materiale altamente arricchito e la fine -almeno temporanea - delle ostilità».
Però nessun regime change, come annunciato all’inizio delle operazioni militari.
«L’Iran non ha smantellato il regime, che resta in mano ai falchi, e non ha rinunciato del tutto al programma nucleare: su questo punto, sono previsti solo negoziati futuri. Trump ha evitato un conflitto lungo e costoso, ma non ha ottenuto il regime change o la distruzione completa del programma nucleare che aveva promesso. È un compromesso pragmatico: meglio di una guerra aperta, ma fragile».
Veniamo agli obiettivi raggiunti nel testo dell’accordo, per quanto è noto.
Di che si tratta?
«Dai resoconti pubblici, l’accordo raggiunge un cessate il fuoco di 60 giorni (prorogabile) e la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e lo sblocco dei porti iraniani, ristabilisce la libertà commerciale iraniana, ottiene l’impegno iraniano a non sviluppare armi atomiche a cui si aggiunge la futura negoziazione sulla sospensione dell’arricchimento, e porta alla distruzione o rimozione del materiale altamente arricchito già esistente accompagnato da un regime di ispezioni rafforzate, mentre l’Iran si impegna a non finanziare gruppi terroristici. Lo sblocco dei fondi iraniani congelati non è per ora previsto e avverrà solo quando le condizioni dell’accordo verranno rispettate».
C’è un vincitore vero e proprio?
«È un quadro di principi, non un trattato dettagliato. La firma vera e propria è ancora in fase finale. Un pareggio che porta vantaggi ad entrambi con compromessi accettabili».
Quali sono i punti deboli che restano in sospeso?
«L’accordo è temporaneo. Quindi se una delle due parti si ritira, si rinizia da capo. Il programma nucleare iraniano non viene poi smantellato del tutto: ciò dipenderà da negoziati futuri. Parimenti, le capacità missilistiche iraniane e dei suoi alleati (Herzbollah, Huthi) non vengono toccate. Il regime non viene ribaltato ma, anzi, legittimato. L’accordo dipende quindi dallo stesso regime che in passato ha violato numerosi accordi. Ciò permette al regime di sopprimere ulteriormente l’opposizione interna mentre Trump vede crescere una fronda interna che chiedeva di chiudere la partita, stando a voci dei falchi repubblicani».
Cosa cambia nella regione? Quali effetti per il commercio globale con la soluzione dello Stretto di Hormuz?
«Hormuz è il collo di bottiglia più critico del mondo: circa il 20-27% del petrolio marittimo globale e il 20% del GNL passava di lì. Il blocco degli ultimi mesi ha fatto schizzare i prezzi del petrolio e i costi di trasporto. Con la riapertura, i prezzi degli idrocarburi dovrebbero abbassarsi, affievolendo le fiammate inflazionistiche che hanno appena portato la Banca centrale europea ad alzare i tassi. Gli alleati regionali — Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi — possono riniziare ad esportare».
Con un po’ di sollievo per l’Europa.
«Europa e Asia, dipendenti dagli idrocarburi, tirano un sospiro di sollievo e possono riniziare ad accumulare scorte, mentre la Russia viene penalizzata dal crollo del prezzo dell’energia, proprio mentre la guerra sta andando in una direzione sfavorevole. Il regime iraniano, ovviamente, è il maggior beneficiario perché la sua economia era in forte difficoltà».
Ultima cosa, ma non meno importante: Israele può sentirsi più sicuro?
«In parte, ma non del tutto. La sospensione del programma nucleare iraniano va nella direzione auspicata da Gerusalemme. La tregua dovrebbe ridurre le minacce dirette al Paese. L’Iran però vede intatto il suo arsenale missilistico e mantiene il rapporto con Hezbollah. Facile pensare che entrambi vengano riattivati nel momento propizio. Molto però dipende dai negoziati futuri e dal regime iraniano, che è ammaccato, ma non è detto che crolli».




