Se l’accordo tra Usa e Iran reggerà, sarà per merito di Israele. Non ha dubbi a proposito, Edward Luttwak: il politologo e saggista statunitense lo ribadisce più volte, così come a più riprese sottolinea la superiorità dell'aviazione di Gerusalemme in confronto ai sistemi di difesa iraniani. Motivo per cui se il regime di Teheran dovesse tentare di forzare la mano sul piano nucleare, i caccia israeliani interverranno per rimettere ordine.
Luttwak, cosa possiamo davvero aspettarci dall'accordo di cessate il fuoco firmato tra Stati Uniti e Iran?
«L’accordo siglato implica che ogni attività bellica iraniana si fermi e con questa il loro programma nucleare».
Ed è possibile?
«La ragione per cui il programma di sviluppo atomico dell'Iran è fermo dipende dal fatto che devono scavare per riuscire a recuperare l'uranio purificato al 60% che è finito sottoterra, con gli impianti che sono stati presi di mira dai bombardamenti americani e israeliani. E se dovessero provarci, Israele potrebbe intervenire quando vuole perché l'esercito di Teheran è incapace di impedirlo».
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Per la pace in Medio Oriente, ma anche per i conti delle famiglie italiane e le casse pubbliche. L’ultimo decreto ...Israele diventa quindi la garanzia che il patto regga? Può anche sentirsi più sicuro?
«Esatto, ma Israele non può sentirsi più sicuro se c’è una minaccia atomica vicina, non può conviverci. Lotta per la sopravvivenza e quindi se il regime iraniano proverà a recuperare quelle scorte, metterà in campo tutta la sua forza aerea che sarà in grado di sorvolare tranquillamente i cieli iraniani, con la stessa facilità con cui la compagnia aerea Ita viaggia sui cieli italiani, per capirci».
Ma il regime iraniano è ancora così forte?
«Si appoggia alla sua teologia sciita che attende il dodicesimo imam, Muhammad al-Mahdi, l’imam nascosto che credono sia nello stato di occultamento (ghayba) dall’874 e che attende di tornare quando sarà il caos totale. È la loro teologia messianica. Se consideriamo questo aspetto, l’accordo è incerto».
Perché deve fare i conti con una componente fanatica, anche tra i vertici?
«Se fossero razionali, non metterebbero a rischio l’intesa: ma anche se ormai è solo il 20% della popolazione iraniana a credere ancora con forza a questo messaggio, è pur sempre quel 20% che detiene le armi e che non si fa scrupoli ad uccidere decine di migliaia di propri concittadini. Non riusciamo nemmeno a sapere quanti possano averne ammazzati».
Gli ayatollah hanno anche impoverito il Paese.
«Hanno usato le loro risorse economiche per costruire sistemi idrici che conducono agli impianti di produzione di missili e per il programma nucleare, non per gli invasi con cui garantire acqua alla popolazione. Hanno fatto lo stesso con le condotte del gas liquefatto, di cui sono ricchi: non li hanno indirizzati verso le città. Lo scorso inverno a Teheran hanno dovuto bruciare i residui delle raffinerie per fornire il riscaldamento alle case. Non ci sono piani d’investimento energetici per i civili, ma per la realizzazione di missili».
È servito a qualcosa? Ha permesso di avere un vero peso militare?
«Hanno lanciato migliaia di razzi su Israele senza ottenere risultati e provocando poche vittime, mentre sono stati colpiti duramente».
Quindi agli israeliani il compito di monitorare il tema nucleare, mentre quale sarà quello americano?
«Gli Stati Uniti si preoccuperanno dell’accesso delle imbarcazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha bisogno di entrate economiche, è un incentivo al raggiungimento degli accordi con Trump, ma se si oppongono, allora gli Usa li bloccheranno e interverranno».
Anche Washington allora farà da gendarme?
«Gli Stati Uniti hanno un approccio ormai post-eroico, come l'ho definito io. Hanno un'avversione alle perdite e si è visto anche in questa guerra, perché c’è alla Casa Bianca: il vicepresidente J. D. Vance, che si è opposto ai boots on the ground, ai soldati sul campo. Hanno dispiegato dei soldati nei primi giorni di scontro, mandandoli nella regione per alcune operazioni, come impedire alle barche iraniane di posare le mine nello Stretto di Hormuz, ma è mancata l’intenzione di schierarli. Israele invece lotta per sopravvivere».
In questo quadro, come ne escono gli europei?
«Gli europei non combattono più. Posso fare un esempio storico per capirlo».
Quale?
«Nel 1939, i sovietici hanno attaccato la Finlandia che per quattro mesi si è difesa. Stalin ha perso centinaia di migliaia di soldati. In quei quattro mesi, almeno 20.000 volontari europei si sono uniti all’esercito finlandese. Raggiungere la Finlandia era molto difficile, anche perché per qualcuno voleva dire passare per la Germania di Hitler, ai tempi alleata con l’Urss. Per la guerra in Ucraina, meno di 2.000 volontari hanno raggiunto Kiev e molti se ne sono andati dopo poco».




