Sei morti uccisi a colpi di arma da fuoco. Diversi feriti in gravi condizioni. Nelle ore in cui la canicola che ha messo in ginocchio la Germania nel fine settimana allentava la sua morsa spostandosi verso est, Stade, 48 mila abitanti nell’occidentale Bassa Sassonia, diventava il teatro di un terribile fatto di sangue. In una struttura protetta per madri e bambini nell’antica città anseatica protesa verso l’estuario dell’Elba – «in seguito a una sparatoria cinque persone sono rimaste uccise», ma diventeranno sei poco dopo, «e tre persone sono state fermate fra le quali il presunto autore della sparatoria». Un fatto molto grave accaduto poco dopo mezzogiorno sul quale tanto la scatenata Bild quanto l’azzimato canale pubblico Ard hanno faticato a trovare dettagli.
La prima regola degli investigatori in Germania è non divulgare nessuna notizia: non il nome, non l’origine etnica dei presunti responsabili di fatti di sangue, non i nomi delle vittime – ed è giusto che i famigliari di chi è morto o rimasto ferito siano avvertiti dal sindaco o dalla polizia e non dalla televisione – non il movente. L’unica informazione diffusa è un annuncio alla cittadinanza già nel primo pomeriggio: «Non esiste un pericolo per la popolazione». Un muro di gomma condito dai soliti appelli ai possibili testimoni oculari a non diffondere video o immagini di quanto accaduto ma di farli avere solo agli investigatori. Ma già attorno alle una la Bild pubblicava il video di una macchina con una ruota forata che si accostava su una strada alberata e a seguire le immagini di tre poliziotti che tiravano fuori il conducente dalla vettura mentre l’altro passeggero era già sdraiato per terra e sotto controllo di un altro poliziotto in uniforme.
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Bisogna ammettere che le contorsioni delle brillanti menti progressiste stanno animando uno spettacolo degno di nota neg...È stato un camionista di passaggio a filmare l’azione con la sua telecamera di bordo e a passare le immagini in esclusiva alla Bild: la scena è girata a Haddorf, una frazione a una manciata di chilometri a ovest di Stade lungo la strada federale B73. L’auto con lo pneumatico a terra è descritta come «una Mercedes AMG argentata ad alta cilindrata» (un’auto che costa dai 60 mila euro in su). La strada è alberata e sul fondo dell’immagine si vedono alcune auto della polizia in mezzo alla carreggiata, segno che qualcuno dall’ostello teatro della sparatoria ha visto in che direzione stesse scappando il presunto pluriomicida.
Solo alle 19:30 la ministra degli Interni della Bassa Sassonia, la socialdemocratica Daniela Behrens, affiancata dal capo della polizia della vicina Lüneburg, Kathrin Schoul, e dal suo vice Jörg Wesemann, parlano in conferenza stampa. Sette ore di silenzio totale durante le quali il web si scatena: migliaia di bot cominciano a far circolare ipotesi sull’identità e sul movente del bagno di sangue. «È stato uno straniero», «Sono stati i nazisti», «Io coi turchi non voglio abitare: a chi sta con Petra e Klaus queste cose non succedono», «L’assassino appartiene a un clan». Una massa di balle che saranno smentite solo in serata, mettendo a luce una debolezza della Germania: la legge sulla privacy, molto rispettata in un Paese che prima ha subito la Gestapo e poi la Stasi nella sua metà orientale, lascia libertà di bufala a chi ha interesse a diffonderle. Già dieci anni fa centinaia di russi residenti in Germania scesero in strada per protestare contro le presunte violenze contro ragazze russe commesse da richiedenti asilo nel paese dopo la sparizione per 30 ore di una ragazza russa. La sparizione era vera, le violenze no, messe in giro da bot russi alle prime armi: da allora sono passati due lustri e la volontà di destabilizzare la Repubblica federale sono solo aumentate, tanto più che in anni recenti Berlino si è schierata apertamente con Kiev contro Mosca.
Dalla conferenza stampa è emerso che il presunto pluriomicida è un tedesco di origini turche residente ad Hannover: Ronny T., 45 anni. E che era accompagnato da una donna, sua parente, probabilmente sua madre. I due avevano preso un appuntamento nella struttura dove era stata accolta la moglie di lui e la loro bambina di tre mesi. Moglie e marito si contendevano l’affido della neonata. L’uomo ha ucciso quattro donne e due uomini, tutti impiegati dello Jugendamt, alla lettera l’“Ufficio Giovani” che gestisce la casetta in mattoncini rossi dove erano ricoverate mamma e bebè, rimaste invece illese. Quindi la fuga, la caccia all’uomo, il doppio arresto. «È vero che il presunto attentatore apparteneva a un clan?», chiede un giornalista in conferenza stampa. «No, non è vero», risponde il vicecapo della polizia. Ma se ci fosse stata più trasparenza, certe domande non sarebbero mai state poste.




