Ce lo ricordiamo tutti lì, su quel letto d’ospedale, in Svizzera, col camice bianco aperto davanti, sorridente anche se aveva appena visto l’inferno coi suoi occhi. Paolo Campolo è uno degli eroi di Crans - Montana. È uno di quei genitori che, mentre il Constellation andava a fuoco e la notte di Capodanno 2026 si trasformava in un incubo collettivo (che avrebbe ucciso 41 persone e ne avrebbe ferite altre 115), non ci hanno pensato un secondo: si sono lanciate dentro quel disco-pub che stava andando a fuoco e hanno iniziato a tirar fuori i ragazzini intrappolati per 140 secondi di flashover e quelle dannatissime candele sparkler. Quindici, ne ha salvati lui. Ma oggi non può nemmeno costituirsi parte civile nella causa che il Paese elvetico ha aperto sulla faccenda.
IL BABBO EROE
Lui è ancora a Crans. Paolo vive nella stessa casa, frequenta gli stessi posti di sette mesi fa. Ha appena ricevuto (come fa sapere il quotidiano IlMessaggero) un rifiuto, formale, da parte della magistratura vallese, a entrare nel procedimento «malgrado il mio ricovero e i trattamenti psicologici a nostro carico: secondo loro (cioè secondo i giudici elvetici, ndr), per essere considerati vittime avremmo dovuto sentire le fiamme sul nostro corpo».
Una motivazione che suona come una beffa, che da una parte appare ridicola (più o meno nelle stesse ore a questo signore brizzolato che non si arrende mica arriva anche una lettera che gli suggerisce di «sollecitare la fondazione di aiuto alle vittime nel caso di necessità economica», è direttamente il Cantone a spedirgliela) e dall’altra è addirittura un’ingiustizia (non solo perché un babbo di origini calabresi 55enne che è finito ricoverato per aver fatto ciò che gli imponeva il senso di umanità ma che non era tenuto per legge ha il diritto, quantomeno morale, a partecipare al procedimento in atto, soprattutto perché «ho chiesto di costituirmi parte civile perché le mie testimonianze non possano venire reclinate dalla difesa»). Più che un puntiglio è un cavillo, ecco, e la differenza sta tutta nel dato giuridico che si trascina: nei mesi successivi al disastro, quando Crans era ancora sotto i riflettori di mezza Europa, quando Jessica e Jacques Moretti erano già indagati, quando l’inchiesta si stava allargando non solo ai gestori del Constel ma anche alle responsabilità del Comune e delle istituzioni, è stato lui, papà-coraggio, a raccontare pubblicamente come erano andate le cose in quelle ore di panico e di dolore senza precedenti. Paolo ha spiegato che a Crans le ambulanze sono arrivate in ritardo; che i soccorsi locali non sono stati tempestivi; che molti ragazzi fuori, sul piazzale del locale, si sono semplicemente stesi a terra; che in un primo momento mancavano persino le strumentazioni con l’ossigeno; che era stato lui (particolare non irrilevante e che, anzi, è tra i fulcri delle carte al vaglio dalla magistratura di Sion), assieme a un altra persona sconosciuta, un uomo, a forzare quella maledetta porta d’emergenza che sì, cribbio, era dannatamente chiusa prima che i vigili del fuoco arrivassero sul posto. Poter riaffermare tutto questo in tribunale, metterlo agli atti, renderlo ufficiale è un passaggio importante.
QUINDICI ANNI
Lassù, oltre le alpi, in quella Svizzera rigorosa che potrebbe impiegare anche quindici anni per arrivare a sentenza (a suggerirlo è il sindaco di Crans, Nicolas Féraud, che è anche uno degli indagati ufficiali e che ha provato, fin dal primo momento, ha far rientrare tra le parti civile anche il suo municipio), è appena nata l’associazione “Mémorial” che vuole realizzare un piccolo spazio di raccoglimento permanete per ricordare quell’infame incendio del primo gennaio. Sono quattordici, a oggi, gli indagati per il rogo, per accuse che vanno dall’omicidio all’incendio colposo, dalle lesioni alla negligenza: lo stesso Féraud ha riconosciuto solo adesso che «mi è mancata l’umanità proprio quando così tante persone ne avrebbero avuto bisogno, eravamo smarriti, esausti, sconvolti» (durante una delle prime conferenze stampa il sindaco, infatti, non aveva nemmeno chiesto scusa alle famiglie delle vittime).




