Bin Laden è stato ucciso, Al-Zawahiri eliminato, il “Califfato” dell’Isis è stato abbattuto. Ma sarebbe un errore pericoloso scambiare la sconfitta dei capi per la scomparsa dell’ideologia. Al Qaeda ha perso il centro del palcoscenico, non la capacità di sopravvivere. Dal Sahel allo Yemen, passando per l’Asia meridionale, la galassia jihadista continua ad alimentarsi di guerre, Stati fragili e fanatismo. E l’Occidente non può permettersi di dimenticarlo.
Venticinque anni sono trascorsi da quella mattina dell’11 settembre 2001 in cui il mondo vide l’inimmaginabile diventare realtà.
Gli aerei di linea trasformati in armi. Le Torri Gemelle avvolte dal fuoco e poi inghiottite da una nube immensa. Il Pentagono colpito. Quasi tremila persone assassinate in poche ore. New York paralizzata, l’America sotto shock e miliardi di uomini e donne davanti alla televisione a capire che era appena cominciata un’epoca nuova.
Da allora sono caduti regimi, sono state combattute guerre, spesi migliaia di miliardi di dollari, mobilitati eserciti e servizi d’intelligence. Migliaia di terroristi sono stati arrestati o uccisi.
Osama bin Laden è morto nel 2011, raggiunto dalle forze speciali americane nel suo rifugio in Pakistan. Ayman al-Zawahiri, che ne aveva raccolto l’eredità, è stato eliminato undici anni più tardi a Kabul.
Eppure Al Qaeda purtroppo non è morta.
E’ morto il vertice non il virus. Questo è forse il punto più scomodo da accettare.
L’Al Qaeda dell’11 settembre, quella capace di concepire e dirigere dal centro un attacco di dimensioni apocalittiche contro gli Stati Uniti, è stata devastata dalla risposta internazionale. Ha perso comandanti, basi, uomini, denaro e libertà di movimento.
Ma il jihadismo ha dimostrato una capacità di adattamento che sarebbe irresponsabile sottovalutare.
Quando essere una grande organizzazione gerarchica è diventato troppo pericoloso, la rete si è frammentata. Quando i suoi leader sono diventati bersagli da inseguire con satelliti, intercettazioni, informatori e droni, il centro ha perso importanza. Quando il marchio Al Qaeda è diventato sinonimo di caccia globale, sono cresciute le ramificazioni locali.
Il risultato è una minaccia diversa.
Meno spettacolare. Più dispersa. Spesso profondamente intrecciata alle guerre e alle crisi dei territori nei quali opera.
E proprio per questo difficile da estirpare.
Dal Sahel allo Yemen la galassia di Al Qaeda è ancora viva.
Uno degli epicentri più preoccupanti è oggi l’Africa.
Nel Sahel, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), coalizione jihadista legata ad Al Qaeda, ha saputo sfruttare instabilità politica, povertà, conflitti etnici, frontiere immense e debolezza delle istituzioni.
Il terrorismo prospera esattamente dove lo Stato arretra.
Non ha bisogno di conquistare Manhattan. Gli basta insinuarsi in una provincia dimenticata, controllare strade, terrorizzare villaggi, imporre tributi, sequestrare persone, reclutare giovani senza prospettive e presentarsi come potere alternativo.
Nello Yemen continua inoltre a esistere Al Qaeda nella Penisola Arabica, una delle organizzazioni che più a lungo ha coltivato l’ambizione di colpire anche fuori dal proprio territorio.
Nell’Asia meridionale sopravvivono altre strutture e reti riconducibili alla tradizione qaedista.
Non esiste più, insomma, soltanto “Al Qaeda” come la ricordiamo dalle fotografie di bin Laden nelle montagne afghane.
Esiste un ecosistema.
Ed è quell’ecosistema il vero problema.
Poi arrivo l’Isis.
Per anni sembrò addirittura che Al Qaeda fosse diventata vecchia.
Lo Stato Islamico le aveva rubato la scena.
L’Isis era più aggressivo nella propaganda, più brutale nell’esibizione della violenza, più efficace nell’utilizzo dei social network. Riuscì nell’impresa terrificante di attirare migliaia di simpatizzanti e combattenti e di conquistare vaste porzioni di Siria e Iraq, proclamando un sedicente “Califfato”.
Al Qaeda e Isis divennero concorrenti nello stesso universo estremista.
Poi anche lo Stato Islamico venne colpito duramente. Perse il territorio che controllava, molti dei suoi dirigenti furono eliminati e la sua struttura venne ridimensionata.
Ma ancora una volta abbiamo imparato una lezione che non dovremmo dimenticare: si può distruggere un territorio controllato dai terroristi senza distruggere automaticamente l’idea che li ha generati.
Persino stabilire chi comandi oggi realmente Al Qaeda dice qualcosa sulla sua trasformazione.
Il nome indicato da anni come probabile successore di al-Zawahiri è quello di Saif al-Adel, egiziano, veterano della galassia jihadista e figura estremamente riservata.
Non è il nuovo bin Laden.
E forse Al Qaeda non ha neppure interesse ad avere un nuovo bin Laden.
Un capo onnipresente, riconoscibile e continuamente impegnato a diffondere proclami sarebbe anche un bersaglio. Molto meglio sopravvivere lontano dai riflettori mentre le organizzazioni affiliate combattono le proprie guerre.
La debolezza del centro può trasformarsi così, paradossalmente, in una forma di resilienza.
Poi c’è la Siria, che obbliga a ragionare su una trasformazione ancora più complessa.
Qui una parte del jihadismo proveniente dalla storia di Al Qaeda ha progressivamente modificato linguaggio, immagine e strategia, prendendo formalmente le distanze dall’organizzazione internazionale e cercando di presentarsi come forza politica e di governo.
È una metamorfosi che impone grande attenzione.
Perché cambiare uniforme non significa necessariamente cancellare il passato.
Quando un movimento estremista cerca riconoscimento politico, la comunità internazionale deve giudicarlo soprattutto attraverso i comportamenti: rispetto delle minoranze, libertà religiosa, diritti delle donne, tutela dei civili, rinuncia effettiva al terrorismo e alla persecuzione degli oppositori.
Le cravatte non sono certificati di democrazia.
C’è infine un nemico ancora più difficile da bombardare: la radicalizzazione.
Internet ha demolito molte delle vecchie distanze tra organizzazione terroristica e aspirante attentatore.
Non sempre servono campi d’addestramento, lunghi viaggi o ordini impartiti da un comandante nascosto in una grotta. La propaganda estremista può raggiungere una persona sola nella sua stanza.
E il terrorismo contemporaneo può mescolarsi con frustrazione personale, desiderio di vendetta, fascinazione per la violenza e ricerca patologica di notorietà.
È qui che la battaglia diventa infinitamente più complicata.
Perché non basta sorvegliare le frontiere.
Bisogna difendere le società.
Il mondo non può concedersi il lusso di dimenticare.
La risposta al jihadismo non può però essere una guerra indiscriminata e senza regole.
Gli ultimi venticinque anni hanno dimostrato anche quanto possano costare gli errori strategici, le guerre costruite su valutazioni sbagliate, gli abusi e l’illusione che la sola superiorità militare possa risolvere problemi politici, sociali e religiosi profondissimi.
Combattere il terrorismo significa certamente intelligence, polizia, cooperazione internazionale e, quando necessario e nel rispetto del diritto, capacità militare.
Ma significa anche impedire che intere regioni diventino terre di nessuno.
Significa contrastare i finanziamenti, il traffico di armi e i sequestri utilizzati per alimentare le organizzazioni armate.
Significa costruire istituzioni credibili nei Paesi fragili.
Significa intervenire sulla propaganda e sul reclutamento senza trasformare la sicurezza in una scusa per cancellare libertà fondamentali.
E significa soprattutto non commettere l’errore più pericoloso: confondere l’estremismo jihadista con l’Islam e milioni di musulmani che ne sono stati, essi stessi, vittime.
I terroristi hanno bisogno di dividere il mondo in due campi inconciliabili.
Regalargli quella divisione significherebbe fare una parte del loro lavoro.
Bin laden e’ morto ma purtroppo le sue idee no.
È questa la verità che rimane venticinque anni dopo l’11 settembre.
L’uomo che dichiarò guerra all’America non c’è più. Molti dei suoi luogotenenti non ci sono più. L’organizzazione che terrorizzò il mondo all’inizio del secolo non possiede più la stessa forza né la stessa struttura.
Ma il seme dell’estremismo non è stato cancellato.
Ha trovato altri Paesi, altri conflitti, altre sigle, altri predicatori, altri strumenti di propaganda.
Per questo la lotta non può terminare con la morte di un capo.
Deve continuare contro chi trasforma la fede in fanatismo, contro chi educa all’odio, contro chi considera innocenti e bambini bersagli sacrificabili, contro chi promette paradisi attraverso il sangue degli altri.
Il mondo democratico ha un dovere difficile: essere più determinato dei terroristi senza diventare simile a loro.Difendersi senza rinunciare al diritto.
Combattere senza trasformare popoli interi in nemici.
Ricordare senza vivere prigioniero della paura.
Perché l’11 settembre ci ha insegnato che ignorare il fanatismo può avere un prezzo immenso. Venticinque anni dopo, dimenticarlo sarebbe un errore ancora più grave.




