Ci mancava soltanto Hello Kitty tra i nemici della Repubblica Popolare Cinese. Con Taiwan sempre al centro delle tensioni internazionali, i rapporti con il Giappone ai minimi e il mondo alle prese con guerre e crisi economiche, a Pechino hanno trovato il tempo di occuparsi di una gattina con il fiocco rosa, accusata di intrattenere frequentazioni politicamente sconvenienti. Non è uno scherzo. O meglio, lo sarebbe in qualsiasi Paese dove l’umorismo non debba prima ottenere l’autorizzazione ideologica.
Il Global Times, quotidiano nazionalista controllato dal sistema mediatico del Partito comunista cinese, ha dedicato un durissimo editoriale alla Sanrio, il colosso giapponese che commercializza Hello Kitty. La colpa? Aver realizzato una collaborazione con Vivant, una serie tv di spionaggio nella quale agenti cinesi vengono rappresentati mentre torturano colleghi giapponesi. Apriti cielo. Il giornale di Pechino ha accusato la produzione di falsificare la storia, alimentare sentimenti anticinesi e assecondare il nazionalismo della destra giapponese. La vicenda ha avuto un epilogo che dice molto più di qualsiasi dichiarazione diplomatica. Sanrio ha chiesto scusa e annunciato la cancellazione della collaborazione, comprese le future iniziative promozionali. Dunque la pace nel mondo, a quanto pare, passa anche attraverso un peluche.
Il dettaglio più interessante è che la società non aveva prodotto un manifesto politico contro il Celeste Impero. Ma per i comunisti cinesi perfino un’operazione di merchandising può trasformarsi in un incidente internazionale. Del resto il Global Times che invita Hello Kitty a non ballare con la destra giapponese è un’immagine involontariamente comica, considerando che il personaggio non ha mai avuto grandi ambizioni parlamentari. Ma dietro la battuta si nasconde un meccanismo assai meno divertente: qualsiasi prodotto culturale straniero deve rispettare non solo le leggi del mercato cinese, ma anche la sua interpretazione ufficiale della storia. Naturalmente, la memoria dell’aggressione giapponese alla Cina durante la Seconda guerra mondiale è una questione serissima. Le atrocità commesse dall’esercito imperiale, compreso il massacro di Nanchino, appartengono al passato e non possono essere relativizzate. Ma proprio perché quella è storia vera dovrebbe essere distinta da una fiction.
Confondere le due cose significa attribuire alla memoria una funzione di sorveglianza ideologica permanente. Il punto è che i comunisti cinesi non si limitano a difendere la loro reputazione. Pretendono sempre più spesso che siano le aziende straniere a farsene carico, anticipando le possibili reazioni, modificando i contenuti e, quando necessario, presentando pubbliche scuse. Un meccanismo nel quale la censura non ha neppure bisogno di presentarsi con un decreto. Basta far intravedere il costo commerciale della disobbedienza. E non è neppure la prima volta.
In Italia qualcuno dovrebbe ricordare la lezione. Si chiamano Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Nel 2018 la maison milanese organizzò una grande sfilata a Shanghai, destinata a celebrare il rapporto tra moda italiana e cultura cinese. Per promuoverla furono realizzati alcuni video nei quali una modella cinese tentava di mangiare spaghetti, pizza e cannoli utilizzando le bacchette. L’intenzione dichiarata era giocare sull’incontro tra due tradizioni gastronomiche. La campagna invece venne giudicata offensiva e stereotipata da numerosi utenti e personaggi pubblici cinesi. La sfilata fu cancellata. Diversi operatori del commercio elettronico ritirarono i prodotti del marchio. Dolce e Gabbana furono costretti a fare un video di scuse, parecchio umiliante per i due stilisti. Un danno economico a diversi zeri per D&G. È giusto ricordare che quella vicenda non fu semplicemente la repressione di una battuta innocente. Ma la dimensione della reazione e la rapidità delle conseguenze commerciali mostrarono quanto fosse rischioso per un marchio internazionale finire nel mirino del nazionalismo cinese. Persino i pupazzi hanno imparato che, davanti al Partito comunista, conviene stare zitti.




