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Remo Sernagiotto, assolto dopo dieci anni. Ma è morto: ecco la giustizia italiana

di Pietro Senaldisabato 11 aprile 2026
Remo Sernagiotto, assolto dopo dieci anni. Ma è morto: ecco la giustizia italiana

4' di lettura

La giustizia arriva sempre troppo tardi, quando prova a mettere una pezza a sentenze sbagliate che hanno portato a danneggiare in maniera irreparabile degli innocenti o si risolve nell’assoluzione di persone processate senza colpe, la cui carriera è stata distrutta da pm che hanno lavorato male. Stiamo parlando delle vicende di due politici, Remo Sernagiotto, fu europarlamentare veneto di Forza Italia, e Stefano Esposito, già deputato torinese di belle speranze del Pd. Due vittime, anzi, due perseguitati che hanno pagato un prezzo carissimo per incompetenze altrui e che, pur alla fine assolti, anche da innocenti conclamatisi sono ritrovati beffati dalla giustizia.

Sernagiotto si dimise dal suo scranno di Bruxelles, rinunciando all’immunità parlamentare (a differenza di Ilaria Salis, che si è candidata per usufruirne), per difendersi dall’accusa di corruzione e truffa in merito a una vicenda relativa a contributi pubblici destinati a un progetto sociale che non si realizzò mai. «Mio padre è stato ucciso dalle infamie. È sempre stato una persona onesta e corretta», dice di lui oggi la figlia Gloria, assessore comunale a Treviso, commentando la sentenza d’assoluzione con la quale la Corte d’Appello di Venezia ha messo fine, postuma, all’odissea di Remo.

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Già, perché l’europarlamentare è morto nel 2020, a 65 anni, per i danni irreparabili che gli aveva procurato un infarto, che lo ha colpito a processo in corso e che la figlia attribuisce al dolore dell’uomo per essere stato incriminato ingiustamente.

«La verità è arrivata dopo undici anni di gogna e mio padre è morto prima di vedere il suo nome ripulito. Il suo cuore, che ha sempre messo l’onestà avanti a tutto, non ha retto alle accuse infamanti. Ci resta solo rabbia e amarezza», dice oggi Gloria.

Esposito, invece, per fortuna è sopravvissuto alla propria persecuzione. Ma ha dovuto cambiare lavoro e l’amarezza e la rabbia della figlia di Sernagiotto la porterà dentro finché camperà. Con in più la sensazione di non aver avuto piena giustizia. Già, perché questa settimana la Corte di Cassazione ha confermatole sanzioni disciplinari che il Consiglio Superiore della Magistratura ha comminato nei confronti del giudice preliminare e del pubblico ministero che lo hanno trascinato in un processo che non si sarebbe mai dovuto tenere.

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Però sono misure ridicole rispetto al loro comportamento: hanno utilizzato per il processo intercettazioni che a norma di legge avrebbero dovuto distruggere e sono stati puniti con una censura che forse ne rallenterà la carriera uno e con un trasferimento da Torino a Milano e un anno di anzianità perso l’altro. In più, malgrado li abbia riconosciuti responsabili di «una violazione di legge grave determinata da ignoranza e negligenza», la Cassazione li ha salvati, vietando a chi parlerà d’ora in poi della sentenza di farne i nomi «a tutela dei loro diritti».

Queste due notizie colpiscono l’Italia in un momento nel quale il Paese è reduce da un referendum che ha bloccato la riforma dei criteri che governano le carriere dei magistrati che l’attuale maggioranza vole va varare. Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che da qui, e per molto tempo, nulla cambierà. Continueremo ad avere brave persone morte per malagiustizia, come Enzo Tortora quarant’anni fa, ahi noi passati invano, e Sernagiotto l’altro ieri, e magistrati ignoranti e negligenti, senza voler insinuare altro, che verranno tutelati dall’anonimato e sanzionati con un buffetto, come i persecutori di Esposito oggi.

Però è augurabile sia ancora lecito porsi almeno due domande. Primo. Se, giustamente, non si può attuare una riforma della giustizia perché si sono opposti a essa quindici milioni di italiani (53% dei votanti), perché resta di fatto inattuato dopo quarant’anni il referendum con il quale venti milioni di italiani (80% dei votanti) decise che le toghe devono rispondere personalmente dei loro errori? Misteri di casta. Già, perché la responsabilità dei magistrati oggi è una barzelletta: non solo quando sono gravi, le sanzioni sono come quelle delle toghe di Esposito, ma, quando c’è da mettere mano al portafoglio per risarcire, al posto della toga paga lo Stato, cioè tutti noi, vittime della malagiustizia incluse. E il paradosso è che forse è perfino meglio così perché, visto come si auto protegge la categoria, l’unica speranza in appello di un innocente condannato in primo grado è che chi ha sbagliato non paghi, altrimenti quale suo collega farà mai notare l’errore?

Secondo. Se tuteliamo i magistrati condannati dai loro pari tenendo segreto il loro nome, com’è possibile che non vengano tutelati allo stesso modo gli indagati, innocenti fino al terzo grado di giudizio, impedendo che le loro generalità siano diffuse ai quattro venti? Con tutti i danni morali e materiali che questa notorietà giudiziaria comporta, al punto che molto spesso la vera pena è il processo, anziché la sentenza...