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Coronavirus, la lettera di Stefano Loconte a Libero: "Così continuo a fare l'avvocato e il professore. Andiamo avanti"

Stefano Loconte
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Caro Direttore, mi permetto di disturbarla in questi giorni concitati e terribili, destinati a lasciare un segno indelebile nella nostra vita, personale, sociale e professionale. Provo a toccare questo ultimo aspetto per mettere in evidenza alcune sfaccettature, affatto negative, che fanno emergere come, anche ai tempi del coronavirus e del divieto dei contatti personali, è possibile, con un minimo di capacità di adattamento, provare a svolgere (più o meno) regolarmente il proprio lavoro.

Faccio l’avvocato ed il professore universitario, attività che solo due settimane fa sarebbe stato impensabile poter svolgere senza fare riunioni, incontrare le persone, andare in aula. Ebbene, l’esperienza di questi giorni mi ha insegnato che è possibile anche fare a meno di tutto questo e che, soprattutto, il mondo del lavoro deve andare avanti e che tutti dobbiamo guardare al futuro.

Oggi le attività didattiche sono state organizzate in distance con uno sforzo organizzativo da parte della mia università superiore a qualsiasi umana aspettativa: è stata implementata la piattaforma di e-learning, noi professori siamo stati formati (ovviamente a distanza), abbiamo assimilato nuove modalità didattiche, preparato il materiale di supporto e, infine, tutte le aule tradizionali sono state sostituite da aule virtuali nelle quali gli studenti interagiscono. Persino le sedute di laurea vengono svolte in tale modalità (purtroppo per gli studenti i conseguenti, tradizionali, festeggiamenti devono essere rimandati). Si può fare, chi lo avrebbe mai pensato!

Ma veniamo alla mia attività professionale. Mi telefona un collega da fuori Milano, due suoi clienti hanno bisogno di una consulenza specialistica nelle aree di mia competenza, ma non è possibile vederci. Loro non mi conoscono e le tematiche da affrontare sono decisamente delicate ma, come solo sappiamo fare noi italiani, l’emergenza ed il bisogno generano una capacità di adattamento che mai avremmo immaginato di avere. Il rapporto fiduciario, abituati da sempre a crearlo nelle nostre sale riunioni, accanto ad un caffè, viene sostituito da una “fredda” riunione organizzata con i moderni sistemi di videochiamata. C’è maggiore rigidità, occorre fare attenzione a non parlare l’uno sull’altro (come spesso avviene nelle riunioni fisiche), in alcuni momenti la linea è un po’ lenta (in questi giorni straordinari abbiamo anche questo tipo di problemi a causa dell’intasamento) ed occorre ripetere i concetti, ma la voglia di risolvere i problemi è più grande dei problemi stessi. Con calma e pazienza i temi vengono sviscerati ed i clienti – anche loro in sedi differenti – interagiscono in maniera costruttiva e, alla fine, decidono di conferire il mandato e procedere con l’operazione. Inizia la trasmissione dei documenti che vengono esaminati, seguono altre “riunioni telematiche”, ormai è completamente normale muoversi in questi termini e, dopo una settimana, viene licenziata anche la prima bozza del lavoro.

La prima esperienza di un processo lavorativo concluso integralmente in via telematica – sin dalla fase del primo rapporto con il potenziale cliente - e grazie al supporto della tecnologia (ivi compresi tutti gli adempimenti privacy e antiriciclaggio). Ora lo sappiamo, si può fare, magari lo avevamo fatto già altre volte in passato o, semplicemente, avremmo potuto farlo ma non ci avevamo pensato. Tutto può andare avanti anche ai tempi del coronavirus, almeno per quel che riguarda la mia attività ma,
confesso, non vedo l’ora di poter tornare a prendere un caffè con un cliente.

 

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