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Famiglia nel bosco, Marina Terragni nella struttura di Vasto per capire come stanno i bimbi

di Pietro Senaldigiovedì 12 marzo 2026
Famiglia nel bosco, Marina Terragni nella struttura di Vasto per capire come stanno i bimbi

3' di lettura

A chi sono in mano da venerdì sera, quando la loro mamma è stata cacciata dalla casa comunità, i tre figli piccoli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion? È quello che proverà a capire Marina Terragni, che oggi è attesa in Abruzzo. La Garante per l’infanzia venerdì aveva scritto al Tribunale dell’Aquila pregandolo di non separare i bambini dalla madre, spiegando - come sostenuto da tutti i più importanti psicologi che si sono espressi sulla penosa vicenda- che per loro sarebbe stato un trauma nel trauma, un colpo da ko. È stata ignorata, come è stata ignorata la sua richiesta di fare visita ai bambini accompagnata da uno staff di medici e psichiatri di primo livello che la aiutassero a capire le reali condizioni dei tre minori.

La Garante può venire, ma gli esperti no, ha sentenziato il tribunale, motivando il diniego con «i comprensibili effetti che ulteriori invadenze potrebbero avere sull’equilibrio emotivo dei minori». Stravagante argomentazione: i bambini sono stati strapazzati per quattro mesi, sono passati da un bosco a una gabbia, hanno tolto loro prima il padre e poi la madre, saranno sottoposti a quattro mesi di perizia psichiatrica, ma guai se viene a trovarli il Garante dell’infanzia con uno staff di prima qualità. Vien da pensare male anche se si hanno le migliori intenzioni.

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«Ci sono leggi umane superiori alle leggi degli uomini»: Terragni cita Antigone e la sua tragedia, per descrivere l’ottusità dannosa delle istituzioni abruzzesi. In quattro mesi le priorità sono cambiate di molto. Se i piccoli Trevallion sono stati privati del loro diritto a una famiglia, che è quello più importante per qualsiasi bambino, perché non sapevano scrivere e fare bene di conto e vivevano in una sorta di catapecchia, l’emergenza ora è non farli impazzire, non rovinare la loro vita da adulti violando la loro infanzia con una serie di decisioni ai più incomprensibili.

«State distruggendo i miei figli, traditi da chi dice di volerli proteggere», ha scritto in una lettera drammatica Catherine alle «carissime Marika e Maria Luisa», l’avvocato e la tutrice. «Dicono di voler tornare a casa, che sentono la mancanza del padre e dei loro animali. Li avete isolati da tutto e privati di ogni meccanismo di difesa che avevano contro questa situazione», si sfoga la donna, che tribunale e assistenti sociali hanno dipinto come una strega, ma a leggerla sembra solo una madre disperata.

L’ossessione di chi ha potere decisionale però non pare essere la stabilità dei ragazzi. Gli operatori sono più turbati dalla stampa, che vuole capirci, e dai genitori dei piccoli, che rivogliono la prole e, estremo capolavoro degli assistenti sociali, hanno finito per litigare tra loro sulla strategia, mentre quando erano tutti nel bosco, prima che la scure burocratico-giudiziaria si abbattesse su di loro, andavano d’accordo come pochi. «La tutrice e il curatore valutino le iniziative da assumere a tutela dei minori, onde prevenire ulteriori violazioni alla loro riservatezza» scrive il giudice, autorizzandoli «sin da ora a ogni opportuna iniziativa giudiziaria», scrive il tribunale nel provvedimento che allontana la madre. La colpa del malessere dei piccoli diventa di chi lo racconta anziché di chi lo ha generato, o comunque lo amplifica ogni giorno di più.

Si ha la sensazione, anche alla luce della gestione delle richieste del Garante dell’infanzia, che assistenti sociali e autorità giudiziaria abbiano eretto un muro, chiudendo la porta a tutti, e finendo perfino per cacciare la madre dei ragazzi. Eppure si sarebbero potute prendere decisioni diverse. L’ordinanza che ha espulso Catherine cita la relazione dei neuropsichiatri quando attesta il malessere psicofisico dei piccoli, ma omette i passaggi in cui viene scritto che «i genitori sono collaborativi» e «si sollecita il ricongiungimento famigliare». I giudici parlano di «situazione di segregazione» nella quale erano tenuti i bambini, ma le foto prodotte dai Trevallion con le foto dei figli che giocano spensierati o corrono tra le corsie del supermercato, nonché i racconti dei vicini, descrivono una realtà serena e amorevole.

Oggi Terragni si recherà nella struttura di Vasto e proverà a capire. Quel che già si sa è che la detenzione, o presa in affido se si preferisce, dei tre piccoli da parte della casa famiglia frutta 7.500 euro al mese, novantamila l’anno, provvidenziali per mandare avanti la baracca, che scricchiola sotto l’aspetto economico anche più del tetto della capanna di Nathan e Catherine.

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